JOSEPH CONRAD
RACCONTI DI MARE E DI COSTA
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La vita è tragica follia:
Ridiamoci sopra e facciamo allegria.
Abbasso la malinconia;
Porgimi un gotto di malvasia:
La vita è tragica follia.
A. Symons
Al Capitano C. M. Marris
già comandante e proprietario
della «Fanciulla Araba»
mercantile dell'Arcipelago
in memoria degli antichi giorni
di avventura
UN BRICIOLO DI FORTUNA
Racconto di porto
I
Fin da quando si era levato il sole, ero andato scrutando all'avanti. Il bastimento scivolava dolcemente sul mare liscio. Dopo una traversata di sessanta giorni, anelavo di avvistare il mio approdo, una fertile e leggiadra isola dei Tropici. I piú entusiasti tra i suoi abitatori si compiacciono di dipingerla come la «Perla dell'Oceano ». E chiamiamola pure «Perla». È un nome adatto. Una perla che distilla molta dolcezza sul mondo.
Questo non è che un mezzo per informarvi che vi cresce una canna da zucchero di primissima qualità. Tutta la popolazione della Perla vive per quella e di quella. E io ci andavo per un carico di zucchero, nella speranza che il raccolto fosse stato abbondante, e che i noli fossero elevati.
Il signor Burns, mio ufficiale di bordo, avvistò la, terra per primo; e ben presto mi ritrovai estasiato al cospetto di quella azzurra, torreggiante apparizione, quasi diafana contro la luminosità del cielo: una mera emanazione, il corpo astrale di un'isola, sorta per salutarmi da lungi. È fenomeno raro una simile apparizione della Perla a sessanta miglia di distanza. E io mi chiesi, quasi sul serio, se non fosse quello un fausto presagio, se ciò che avrei trovato in quell'isola non sarebbe stato cosí felicemente eccezionale come quella stupenda visione fantasmagorica che cosí rari marinai avevano avuto il privilegio di cogliere.
Ma orribili preoccupazioni commerciali si mescolavano alla mia soddisfazione per la traversata compiuta. Ero smanioso di successo, e lo desideravo anche per giustificare la lusinghiera ampiezza delle istruzioni dei miei armatori, riassunta in una nobile frase: ((Lasciamo a voi di far del vostro meglio quanto alla nave...)). Essendomi cosí dato tutto il mondo per campo d'azione, le mie capacità non mi apparivan piú grandi di una capocchia di spillo.
Frattanto, il vento era caduto, e il signor Burns cominciò a fare sgradevoli apprezzamenti sulla mia abituale scalogna. Ritengo che fosse la sua devozione per me a renderlo cosí criticamente provocante in ogni occasione. Nondimeno, non avrei tollerato i suoi umori, se non mi fosse toccato una volta di curarlo durante una disperata malattia, in corso di navigazione. Dopo averlo strappato, per cosí dire, agli artigli della morte, sarebbe stato assurdo disfarsi di un ufficiale cosí in gamba. Ma a volte mi auguravo che si licenziasse da sé.
Era tardi per accostare, e dovemmo ancorarci fuori del porto fino al giorno seguente. Seguì una nottata spiacevole e irrequieta. In quella rada, ignota ad entrambi, Burns ed io rimanemmo in coperta quasi tutto il tempo. Mulinavano delle nubi giú per le rupi di porfido sotto le quali eravamo ancorati. La brezza levatasi rombava fragorosa tra quelle nude scogliere, con intermezzi di malinconici ululati. Osservai che avevamo avuto fortuna a raggiungere l'ancoraggio prima di buio. Sarebbe stata una disgustosa, preoccupante nottata languire fuori di un porto sottovela. Ma il mio secondo si mantenne inflessibile in quel suo atteggiamento.
«La chiamate fortuna, capitano! Bah, la nostra fortuna solita. Quella specie di fortuna che vi fa ringraziar Domineddio che non sia peggio!».
E cosí seguitò a tormentarmi tutte quelle ore buie, mentre io attingevo alla mia riserva di filosofia. Ahimé, fu davvero una snervante, interminabile nottata, starsene all'ancora cosí, sotto quella costa nera! L'acqua agitata borbottava tutt'intorno alla nave. A momenti una selvaggia folata, da qualche gola lassù tra i dirupi, traeva dal nostro sartiame un'aspra e lamentevole nota che pareva il gemito di qualche anima in pena.
II
Verso le sette e mezzo del mattino, col veliero finalmente in porto, e ormeggiato a un tiro ardito di sasso dal molo, la mia riserva di filosofia era pressoché esaurita. Stavo vestendomi in fretta e furia nella mia cabina, quando il nostromo entrò in punta di piedi, con un abito da mattino sul braccio.
Affamato, stanco e depresso, con la testa intrappolata dentro una camicia di bucato, maledettamente appiccicaticcia, causa il troppo amido, gli ordinai stizzito di «tirar via con la colazione». Volevo essere a terra il più presto possibile.
«Signorsì. Pronti alle otto. C'è un signore della costa che desidera parlarvi ».
Questa informazione fu buttata là con una curiosa negligenza. Tirai con energia la camicia sopra il mio capo, ed emersi attonito.
«Cosí presto? », gridai. «Chi è? Cosa vuole? ».
All'arrivo da una traversata, bisogna riaversi dalle assuefazioni di un'esistenza totalmente isolata. Ogni minimo avvenimento, da principio, ha l'accento peculiare della novità. Ero rimasto assai sorpreso di quel visitatore mattutino; ma non vi era motivo perché il mio nostromo si mostrasse cosí particolarmente interdetto.
«Gli avete chiesto il nome? », indagai in tono asciutto.
«Si chiama Jacobus, mi pare», borbottò confuso.
«Il signor Jacobus! », esclamai io ad alta voce, piú sorpreso che mai, ma con un totale cambiamento di espressione. «Come si fa a non dirmelo subito?».
Ma l'amico si era affrettato a infilar l'uscio. Attraverso la porta momentaneamente aperta, intravidi un pezzo d'uomo corpulento, ritto nella cucina, accanto al tavolo, sul quale era già stesa la tovaglia, una tovaglia da porto, immacolata, e d'un bianco abbagliante. Meglio cosí.
Gridai gentilmente, attraverso la porta chiusa, che stavo vestendomi, e mi sarei trovato con lui tra un minuto. In risposta, l'assicurazione che non c'era fretta mi giunse dal visitatore in tono sommesso. Il suo tempo mi apparteneva. Osava frattanto supporre che gli avrei dato una tazza di caffè.
«Temo che avrete una ben magra colazione», gridai in tono di scusa. «Siamo stati in mare sessantun giorni, sapete».
Una quieta risatina, con un: «Andrà perfettamente, capitano», fu la risposta sua.
Tutto ciò: parole, tono, atteggiamento colto di sfuggita dell'uomo nella cucina, aveva un carattere inaspettato, qualcosa di amichevole, propiziatorio. E la mia sorpresa non ne fu di conseguenza diminuita. Cosa significava quella visita? Era un indizio di qualche cupa macchinazione contro la mia ingenuità commerciale?
Ah! Quegli interessi commerciali che guastano la vita piú pura che sia sotto il sole! Perché il mare deve essere adoprato per commerciare, e peggio ancora per guerreggiare? Perché ucciderci e trafficarci sopra, perseguendo fini egoistici, di non grande importanza al postutto? Sarebbe stato tanto piú bello navigarlo alla ventura, con ogni tanto un porto e un cantuccio di terra da stenderci le gambe, comprar qualche libro e variar di pietanze per un pezzetto. Ma, vivendo. in un mondo piú o meno omicida, e irreparabilmente mercantile, era mio evidente dovere approfittar del mio meglio delle occasioni che offriva. La lettera dei miei armatori, come ho detto, mi aveva lasciato arbitro di operare come meglio potevo con la nave, a mio proprio giudizio. La lettera conteneva, però, anche un poscritto, redatto a un dipresso come segue:
«Senza intenzione di pregiudicare la vostra libertà d'azione, scriviamo con la posta in partenza a qualcuno dei nostri corrispondenti commerciali di laggiù, che potrebbero esservi di aiuto. Desideriamo in particolare che visitiate il signor Jacobus, cospicuo commerciante e noleggiatore. Se poteste intendervi con lui, egli è in grado di mettervi sulla via di un vantaggioso impiego della nave».
Intendermi con lui! Eccotelo lí quel cospicuo individuo, addirittura a bordo, a impetrare il favore di una tazza di caffè. E dato che la vita non è una novella delle fate, l'inverosimiglianza della cosa quasi mi urtò. Avevo dunque scoperto un angolo incantato del globo, dove i mercanti danarosi si precipitano a bordo delle navi prima ancora che siano debitamente ancorate? Era magia quella, o soltanto qualche tiro mancino del commercio? Alla fine (nel farmi il nodo alla cravatta), pervenni a sospettare di non aver bene inteso il nome. Avevo riflettuto non poche volte sul cospicuo signor Jacobus durante la traversata, e il mio orecchio poteva esser rimasto ingannato da qualche remota somiglianza di suono... Il nostromo poteva aver detto Antrobus o magari Jackson.
Ma uscendo dalla mia cabina con un interrogativo: «Il signor Jacobus? » fui accolto da un tranquillo: «Sì», accompagnato da un amabile sorriso. Il «sì» era stato piuttosto indifferente. Sembrava non facesse gran conto di essere il signor Jacobus, lui. Inventariai un largo, pallido viso, capelli radi sul vertice, baffi anch'essi radi, di un color perso imprecisabile, palpebre pese. Le sottili labbra lisce, in riposo, sembravano incollate insieme. Il sorriso era smorto. Un pesante, tranquillo individuo. Presentai i miei due ufficiali che proprio allora scendevano per la colazione; ma perché il comportamento silenzioso del signor Burns dovesse esprimere sdegno represso non lo potei capire. Mentre ci sedevamo intorno al tavolo, qualche sconnessa parola di un alterco che si svolgeva nell'abbaino di poppa mi giunse all'orecchio. A quanto sembrava, uno sconosciuto pretendeva discendere per intervistarmi, e il nostromo vi si ...
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