YVETTE

I

Uscendo dal caff Riche, Jean di Servigny disse a Lon Saval: - Possiamo andare a piedi, se hai voglia. Fa troppo bel tempo per pigliare una carrozza.
- Per me va benissimo, - rispose l'amico.
Jean seguit:
- Sono appena le undici, arriveremo molto prima di mezzanotte, perci ci conviene andare piano piano.
Una folla agitata formicolava sul boulevard, la folla delle notti estive che si muove, beve, mormora, e scorre come un fiume, beata e soddisfatta. Ogni tanto un caff spandeva un gran chiarore sul marciapiede, sulla massa dei bevitori seduti davanti ai tavolini coperti di bottiglie e di bicchieri, che ostacolavano il passaggio col loro assembramento. Sulla strada le carrozze con gli occhi rossi, turchini o verdi passavano rapidamente davanti a quelle luci vive, mostrando per un attimo il profilo magro e trotterellante del cavallo, in alto la figura del cocchiere e lo scuro corpo della carrozza. Quelle della Compagnia Urbana formavano macchie chiare e veloci coi loro riquadri bianchi colpiti dalla luce.
I due amici camminavano a passi lenti, col sigaro in bocca, tenendo i soprabiti sul braccio, con un fiore all'occhiello, il cappello un poco inclinato, come si porta, talora, dopo avere mangiato bene, quando il vento  tiepido.
Fin dal collegio erano stretti da una amicizia solida, intima, affettuosa.
Jean di Servigny, piccolo, snello, un po' calvo, gracile, elegantissimo, coi baffetti arricciati, gli occhi chiari, le labbra sottili, era uno di quegli uomini notturni che paiono nati e cresciuti sui boulevard, infaticabili nonostante sembrino sempre stanchi, robusti, nonostante sian pallidi: uno di quei parigini sottili ai quali la palestra, la scherma, le docce, i bagni turchi hanno dato una forza nervosa e artificiale. Era famoso per i bagordi ed altrettanto per lo spirito, per la ricchezza, per le relazioni, per la socievolezza, l'amabilit, la galanteria mondana che certi uomini possiedono in misura speciale.
Vero parigino in tutto, leggero, scettico, mutevole, attraente, energico e irresoluto, capace di tutto e di nulla, egoista per principio e generoso a impulsi, consumava con moderazione le sue rendite, si divertiva con igiene. Indifferente ed appassionato, si abbandonava e si riprendeva continuamente, combattuto da istinti contrari, a tutti cedendo, per obbedire, alla fin fine, alla sua ragione di gaudente esperto dotato di una logica da girellino consistente nel seguire il vento, nel trar profitto dalle circostanze senza affaticarsi a provocarle.
Il suo compagno, Lon Saval, anche lui ricco, era uno di quei magnifici giganti che fanno voltare le donne per la strada. Pareva un monumento fatto uomo, modello d'una razza, come quelli che si vedono nelle esposizioni. Troppo bello, troppo alto, troppo largo, troppo forte, era esagerato in tutto, per eccesso di qualit. Aveva suscitato innumerevoli passioni.
Chiese, mentre erano davanti al teatro Vaudeville:
- Hai avvisato questa signora che mi avresti presentato a lei?
Servigny si mise a ridere:
- Avvisare la marchesa Obardi? Forse tu avverti il conducente dell'omnibus che salirai sulla sua carrozza all'angolo del boulevard?
Un po' pensieroso, Saval chiese:
- Chi  di preciso questa donna?
- Una nuova ricca, - rispose il suo amico, - una puttana deliziosa, venuta fuori chiss da dove, spuntata fuori un bel giorno, non si sa come, nel mondo degli avventurieri, un tipo capace di far la sua figura. E poi, che ce ne importa?... Pare che il suo vero nome, da ragazza - perch  rimasta signorina a tutti gli effetti fuorch nell'innocenza - sia Octavie Bardin, da cui  stato fatto Obardi, conservando la prima lettera del nome e togliendo l'ultima del cognome.
 una donna piacevole, della quale tu, inevitabilmente, diventerai l'amante, per via del tuo fisico. Non si pu presentare Ercole a Messalina, senza che succeda qualcosa. E poi aggiungo che, se in quella casa l'ingresso  libero, come lo  nei caff, non si  obbligati assolutamente a comprare quel che vi si vende. Ci trovi amore e carte da gioco, ma nessuno ti obbliga n a queste n a quello. Anche l'uscita  libera.
Tre anni fa la marchesa pose piede nel quartiere dell'toile, - un quartiere sospetto, - ed apr i suoi salotti a tutta quella schiuma dei continenti che viene a Parigi a esercitare le sue varie capacit sinistre e criminali.
Cominciai a frequentarla. Come? Non me lo ricordo pi. Ci andai come tutti gli altri, perch l si gioca, ci sono donne facili e uomini disonesti. Mi piace questo mondo di filibustieri variamente decorati, tutti forestieri, tutti nobili, tutti titolati, e tutti sconosciuti alle loro ambasciate, fuorch le spie. Tutti parlano di onore a proposito delle scarpe, per un nonnulla citano i loro antenati, ogni pretesto  buono perch raccontino la propria vita: spacconi, bugiardi, furbacchioni, pericolosi come le loro carte, ingannatori come i loro nomi, coraggiosi perch  necessario, come i briganti che possono depredare la gente solamente a rischio della propria vita. Insomma, questa  l'aristocrazia della galera.
Mi piacciono moltissimo.  interessante conoscerli e penetrarli, divertente ascoltarli perch spesso sono spiritosi e mai ordinari come i funzionari francesi. Le loro mogli sono sempre graziose, con un non so che di furberia straniera, col mistero della loro vita trascorsa, trascorsa forse, per met, in una casa di correzione. Generalmente hanno occhi bellissimi, capelli straordinari, insomma il fisico adatto: grazia inebriante, seduzione che trascina alla follia, un fascino malsano ed irresistibile. Costoro sono conquistatrici come lo erano un tempo i soldati di ventura, rapaci, vere femmine di uccelli da preda. Anche loro mi piacciono molto.
La marchesa Obardi  il vero tipo di queste sgualdrine eleganti. Matura, e pur sempre bella, attraente e felina, si sente che  viziosa fino alle midolla. C' parecchio da divertirsi in casa sua: si balla, si mangia... insomma si fa tutto quel che forma i piaceri della vita mondana.
Lon Saval chiese:
- Sei stato, o sei, il suo amante?
Servigny rispose:
- Non lo sono stato, non lo sono, n lo sar. Io, in quella casa, ci vado principalmente per la figliola.
- Ah!... Ha una figliola?
- Altro che! Una meraviglia, caro mio! Oggi  la principale attrazione di quella caverna: alta, splendida, perfettamente matura, - diciotto anni, - bionda per quanto la madre  bruna, sempre allegra, sempre pronta alle feste, non fa altro che ridere a gola spiegata e ballare. Chi se la piglier? o chi l'ha gi presa? Non si sa. Siamo in dieci che aspettiamo, che speriamo.
Una ragazza simile, nelle mani d'una donna come la marchesa,  una fortuna. E fanno gioco stretto, fra tutte e due. Non si riesce a capirci nulla. Forse stanno aspettando un'occasione... migliore... di me... Ma t'assicuro che sapr coglierla... l'occasione, se si presenta.
D'altra parte la ragazza, Yvette, mi scombussola.  un mistero. O  il pi perfetto mostro di astuzia e di perversit che io mai abbia incontrato, o  il pi meraviglioso fenomeno d'innocenza che si possa trovare. Vive in quell'ambiente infame con una facilit tranquilla e trionfante, o straordinariamente scellerata o ingenua.
Splendido rampollo di avventuriera, spuntata sul letame di quel mondo come una magnifica pianta nutritasi di putridume, oppure figliola di qualche persona di gran razza, grande artista o gran signore, principe o re, andato a finire una qualche sera nel letto della madre: non si riesce a capire n chi sia, n che cosa pensi. Ma ora la vedrai.
Saval si mise a ridere, e disse:
- Ne sei innamorato.
- No. Sono tra i pretendenti, e non  la stessa cosa. Ti presenter i miei copretendenti pi seri; per io ho probabilit maggiori, ho qualche vantaggio; hanno, direi, un occhio di riguardo per me.
- Sei innamorato, - ripet Saval.
- No. Questa ragazza mi turba, mi seduce, m'inquieta, mi attira e mi spaventa. Diffido di lei come d'una trappola, e ho voglia di lei, come del gelato quando si ha sete. Subisco il suo fascino, e mi avvicino a lei con l'apprensione che si dimostrerebbe verso un uomo sospettato di essere un esperto ladro. Quando le sto accanto sono irragionevolmente attratto dal suo possibile candore e diffido ragionevolmente della sua non meno probabile furberia. Sento di essere a contatto d'un essere anormale, fuori delle regole naturali, squisito o ripugnante, non lo so.
Saval disse per la terza volta:
- Ti ripeto che sei innamorato. Parli di lei con l'enfasi d'un poeta, con un lirismo da trovatore. Via, torna in te, guardati nel cuore e confessa.
Servigny fece qualche passo senza rispondere; poi riprese:
- Pu darsi. Ma, comunque stiano le cose, mi preoccupa molto. S, forse sono innamorato. Penso troppo a lei. Ci penso quando mi addormento e quando mi sveglio... e questo  grave. La sua immagine mi segue, mi perseguita, mi accompagna continuamente, l'ho sempre davanti agli occhi, intorno, dentro di me.  amore, una simile ossessione fisica? Il suo viso  penetrato tanto profondamente nel mio sguardo che mi basta di chiuder gli occhi per vederla. Tutte le volte che la vedo mi viene il batticuore, lo confesso. Perci le voglio bene, ma in una strana maniera. La desidero violentemente; eppure l'idea di farne mia moglie mi parrebbe una follia, una stupideria, una mostruosit. Inoltre mi fa un po' paura, come l'uccello che vede su di s scendere lo sparviero. E poi son geloso di lei, geloso di tutto quel che ignoro di quell'incomprensibile cuore. Mi chiedo sempre: una incantevole monella, oppure una donna perversa?. Dice cose che farebbero venire i brividi ad un esercito; ma anche i pappagalli lo fanno. Talvolta  impudente o impudica al punto di farmi credere al suo immacolato candore, talvolta ingenua, d'una inverosimile ingenuit, tanto che penso che mai ella sia stata casta. Mi provoca, mi eccita come una cortigiana e nello stesso tempo  riservata come una vergine. Pare che mi voglia bene, e mi piglia in giro; si comporta pubblicamente come se fosse la mia amante, e nell'intimit come se io fossi il suo fratello o il suo servo.
A volte m'immagino che abbia tanti amanti quanti ne ha sua madre. A volte, invece, che ella non sappia nulla della vita; proprio nulla, capisci?
 un'arrabbiata lettrice di romanzi. Aspettando il meglio sono per intanto il suo fornitore di libri. Lei mi chiama il suo "bibliotecario".
Tutte le settimane la Nuova Libreria le manda, da parte mia, tutto quello che  uscito, e credo che lei legga tutto, alla rinfusa.
Ci dev'essere, nella sua testa, una curiosa insalata russa.
Forse tutto questo pastone di letture entra in qualche modo nel singolare comportamento di questa ragazza. Deve apparire sotto una strana luce il mondo, visto attraverso quindicimila romanzi, e ci si devono fare idee assai bislacche sulle cose.
Io, per conto mio, sto aspettando. Certo  che mai ho avuto per nessuna donna l'inclinazione che ho per questa. Ed  altrettanto certo che non la sposer.
Perci, se ha gi avuto degli amanti, aumenter il conto, e se non ne ha avuti, prender il numero uno, come sul tram.
Mi pare che sia un caso semplice. Certamente non si sposer. Chi sposer la figliola della marchesa Obardi, di Octavie Bardin? Nessuno, per un migliaio di motivi.
Dove potrebbe trovare marito? In societ mai. La casa di sua madre  una casa pubblica, in cui la figlia attira la clientela. Non si sposa nessuno in simili condizioni.
Nella borghesia? Meno che meno. E poi la marchesa non  donna da fare un cattivo affare: dar definitivamente Yvette soltanto ad un uomo di gran posizione, cosa impossibile.
Dunque, nel popolo? Peggio che mai... Non c' via di scampo. Quella ragazza non  n del mondo, n della borghesia, n del popolo; non pu entrare, attraverso una unione, in nessuna di queste classi della societ.
Da parte di madre, per nascita, educazione, eredit, maniere, abitudini, ella appartiene alla prostituzione dorata. Non potr sfuggire ad essa, a meno che non si faccia suora, cosa improbabile, visti i suoi modi e i suoi gusti. Perci ha una sola professione possibile: l'amore. La far a meno che gi non la faccia. Non potr evitare il suo destino. Da putta diventer puttana, semplicemente. Ed io vorrei essere il perno di questa trasformazione.
Sto aspettando. I clienti son parecchi. Incontrerai un francese, di Belvigne, un russo chiamato il principe Kravalov e un italiano, il cavaliere Valreali, i quali hanno posto decisamente la loro candidatura, e stanno manovrando di conseguenza. Ci sono poi, sempre intorno a lei, parecchi furfantelli di poca importanza.
La marchesa sta spiando. Ma credo che mi abbia messo gli occhi addosso. Sa che sono assai ricco e pi sicuro degli altri.
Il suo salotto  il pi straordinario che io conosca di questo genere. Ci si possono trovare anche persone assai per bene, come noi, per esempio, che non siamo i soli. Per quel che riguarda le donne, la marchesa ha trovato, o meglio ha scelto, quanto c' di meglio nel vizio delle vuotaborse. Da dove le abbia tirate fuori non si sa.  un mondo diverso da quello delle vere prostitute, diverso dalla bohme, diverso da tutti. Lei, del resto, ha avuto un'ispirazione geniale, scegliendo principalmente le avventuriere con figli, figlie per lo pi. In questo modo uno stupido potrebbe credere di trovarsi in mezzo a donne oneste!....
Erano arrivati al viale dei Champs-Elyses. Un venticello leggero passava attraverso le foglie, morbidamente, scivolava ad intervalli sui volti, come i dolci soffi d'un gigantesco ventaglio dondolato in qualche posto, nel cielo. Ombre silenziose erravano sotto gli alberi, altre sulle panchine formavano una macchia scura. E quelle ombre parlavano sottovoce, come se si stessero confidando importanti o vergognosi segreti.
Servigny riprese
- Non riesci ad immaginarti la collezione di fantastici titoli che s'incontra in quel covo.
Anzi, ti avverto che ti presenter come il conte Saval, perch Saval soltanto  troppo poco, saresti mal considerato.
- Ah, questo poi no! - esclam l'amico. - Non voglio che si pensi, nemmeno per una serata, neanche da parte di quella gente, che io abbia voluto ridicolmente appiccicarmi un titolo... Ah, proprio no!...
Servigny si mise a ridere:
- Sei uno stupido. A me, l in mezzo, mi hanno battezzato il duca di Servigny, non so n come mai n perch. Sono e rimango il duca di Servigny senza protestare o lamentarmi. Non me ne importa. Se non fosse cos, mi disprezzerebbero tremendamente.
Saval non si faceva convincere.
- Tu sei nobile davvero, dunque poco male. Ma io no, rester l'unico borghese del salotto. Tanto peggio e tanto meglio. Sar il mio segno distintivo, e della mia superiorit.
Servigny insistette:
- Ti assicuro che non  possibile, non  possibile, capisci? Parrebbe quasi una cosa mostruosa. Faresti la figura d'uno straccione in mezzo a una riunione d'imperatori. Lascia fare a me; ti presenter come il vicer dell'alto Mississippi, e nessuno si stupir. Quando si fa i grandi non lo si  mai abbastanza.
- Ti ripeto che non voglio.
- E va bene... Sono davvero uno stupido a volerti convincere. Comunque, ti diffido ad entrare l dentro senza decorarti d'un titolo qualunque, come quando danno dei mazzolini di violette, alle signore, prima d'entrare in certe botteghe.
Voltarono a destra, nella via di Berri, salirono al primo piano d'un bello stabile moderno, e lasciarono nelle mani di quattro servitori con le brache corte i loro soprabiti ed i bastoni. Un caldo odore di festa, di fiori, di profumi, di donne appesantiva l'aria; e un gran mormorio confuso e continuo veniva dalle vicine stanze, che si sentivano essere piene di gente.
Una specie di maestro di cerimonie, alto, dritto, panciuto, serio, col volto incorniciato di bianchi favoriti, s'avvicin al nuovo venuto, chiedendo, dopo un breve ed altero saluto:
- Chi debbo annunciare?
Servigny rispose:
- Il signor Saval.
Allora quello, con voce sonora, spalancando la porta, grid alla folla degli invitati:
- Il signor duca di Servigny... Il signor barone Saval...
Il primo salotto era pieno di donne. La prima cosa che si vedeva era una mostra di seni nudi sopra un fiotto di stoffe sgargianti.
La padrona di casa, che stava chiacchierando, in piedi, con tre amiche, si volt e con passo maestoso non privo di grazia s'incammin sorridendo.
La sua fronte stretta, molto bassa, era coperta da una massa di capelli d'un nero lucente, folti come vello, che le coprivano un poco le tempie.
Era alta, un po' troppo massiccia, un po' troppo grassa, un po' matura, ma molto bella, d'una bellezza pesante, calda, possente. Sotto quel casco di capelli che faceva sognare, sorridere, che la rendeva misteriosamente desiderabile, si spalancavano due occhi enormi, anch'essi neri. Il naso era sottile, la bocca grande, molto attraente, fatta per parlare e per conquistare.
Ma la sua pi forte attrattiva era la voce. Usciva dalla bocca come l'acqua dalla sorgente, naturale, leggera, pura e nitida, s che il sentirla provocava un godimento fisico. Era una gioia per l'orecchio udire le snelle parole che uscivano di l con la stessa grazia d'un ruscello, era una gioia per lo sguardo vedersi aprire, per farle passare, quelle belle labbra forse un po' troppo rosse.
Tese la mano a Servigny, il quale la baci, e lasciando cadere il ventaglio trattenuto da una catenina d'oro filigranato, porse l'altra a Saval, dicendogli:
- Siate il benvenuto, barone, tutti gli amici del duca sono a casa loro, qui.
E fiss il suo sguardo brillante sul colosso. Sul labbro superiore aveva una leggera peluria nera, appena un'ombra di baffi che appariva pi scura mentre parlava. Mandava un buon odore, un odore forte ed inebriante, un profumo dell'America o delle Indie.
Entravano altre persone: marchesi, conti, principi. Con grazia materna, la donna disse a Servigny:
- Troverete la mia figliola nell'altro salotto. Divertitevi, signori miei, la casa  vostra.
Li lasci per andare incontro ai nuovi arrivati, lanciando a Saval una di quelle occhiate sorridenti e fuggevoli con cui le donne fanno capire d'aver incontrato una persona di loro gusto.
Servigny prese il suo amico per il braccio:
- Ti faccio da guida. Questo salotto dove ci troviamo, delle donne,  il Tempio della Carne, fresca e stantia. Oggetti d'occasione che costano come se fossero nuovi, ed ancor meglio, cari da prendere in affitto. A destra c' il gioco: il Tempio del Denaro. Lo conosci. In fondo, si balla,  il Tempio dell'Innocenza, il santuario ed il mercato delle ragazze. L vengono esposti, sotto ogni rapporto, i prodotti di queste signore. Si consentirebbe perfino a unioni legittime! L  l'avvenire, la speranza... delle nostre notti. E son pure la parte pi strana di questo museo di malattie morali, queste ragazzette che hanno l'anima svincolata come le membra dei figlioli dei saltimbanchi. Andiamo a vederle.
Salutava a destra e a manca con galanteria e complimenti sulle labbra, coprendo con un vivace sguardo da amatore ogni donna scollata che conosceva.
In fondo al secondo salotto un'orchestra stava suonando un valzer; si fermarono sulla porta per guardare. Una quindicina di coppie stavano ballando; gli uomini seri, le donne con un sorriso inchiodato sulle labbra. Anch'esse, come le loro madri, mostravano parecchia pelle; ed il corpetto di certune era sostenuto soltanto da un sottile nastro che contornava il principio del braccio, sicch a volte pareva di vedere come una macchia scura sotto le ascelle.
D'un tratto, dal fondo, si vide slanciarsi una ragazza alta che travers la sala, urtando i ballerini e reggendosi con la mano sinistra il lunghissimo strascico dell'abito. Correva a passettini svelti, come fanno le donne in mezzo alla folla, e grid:
- Ah! ecco Muschietto! Buonasera, Muschietto!
Sul suo viso fioriva la vita, splendeva la felicit. Pareva irradiare dalla sua carne bianca e dorata, di rossa. La massa dei suoi capelli, ritorti sul capo, capelli fiammeggianti, cotti nel fuoco, le pesava sulla fronte, gravando sul collo flessibile, ancora sottile.
Come sua madre era fatta per parlare, cos ella appariva fatta per muoversi, tanto i suoi gesti eran naturali, nobili, semplici. Quasi pareva di provare una gioia morale ed un benessere fisico nel vederla camminare, muoversi, chinare il capo, alzare le braccia.
Ripeteva:
- Ah! Muschietto, buonasera, Muschietto...
Servigny le strinse la mano con energia, come a un uomo, e fece le presentazioni:
- Signorina Yvette, il mio amico, il barone Saval.
Ella salut il nuovo arrivato, lo guard:
- Buonasera, signore. Siete cos alto tutti i giorni?
Servigny rispose, con quel tono scherzoso che sempre usava con lei per nascondere le sue diffidenze e le sue incertezze:
- No, signorina. Ha assunto queste eccezionali dimensioni per piacere a vostra madre, che apprezza molto le masse.
Con comica seriet la ragazza disse:
- Benissimo, allora! Ma quando verrete con me, dovrete diminuire un poco, per piacere: mi piacciono le dimensioni medie. Ecco, Muschietto ha le proporzioni che preferisco.
E nel dir questo tese la sua manina aperta a Saval.
Subito dopo chiese:
- Volete ballare, Muschietto? via, un giro di valzer.
Senza rispondere Servigny si slanci, le strinse la vita con rapido movimento, ed ambedue scomparvero con la furia d'un turbine.
Sembravano instancabili. A poco a poco gli altri ballerini si fermavano, ed essi rimasero soli, volteggiando senza fine. Pareva che si fossero dimenticati dov'erano, quel che facevano; pareva che fossero molto lontani dal ballo, sperduti in un'estasi. I suonatori dell'orchestra non smettevano, con gli occhi fissi sulla coppia forsennata; tutti li stavano a guardare, e quando, finalmente, si fermarono, batterono le mani.
Yvette era un po' arrossita, e aveva degli strani occhi, ardenti e timidi, meno arditi del solito, turbati anzi, turchini e con la pupilla cos nera che non parevano naturali.
Servigny sembrava ubriaco. Si appoggi alla porta per riprendere l'equilibrio.
Yvette gli disse:
- Mio povero Muschietto, son pi forte di voi...
Lui sorrideva nervosamente, se la mangiava cogli occhi, lasciando trasparire nello sguardo e agli angoli della bocca brame bestiali.
Lei gli stava davanti, lasciando completamente scoperto, alla vista del giovane, il seno agitato dall'affanno.
- A volte, - seguit ella, - sembrate un gatto che sta per saltare addosso alla gente. Via, datemi il braccio, e andiamo a ritrovare il vostro amico.
Senza dire una parola, lui le offr il braccio e insieme attraversarono il salone.
Saval non era solo. La marchesa Obardi era con lui, e gli parlava di cose mondane, di sciocchezze, con quella sua voce incantatrice che inebriava. Guardandolo in fondo agli occhi sembrava che gli dicesse altre parole di quelle che stava pronunciando con la bocca. Appena vide Servigny il suo viso si fece sorridente, e, voltandosi verso di lui:
- Sapete, caro duca, che ho preso in affitto una villa a Bougival, per passarci un paio di mesi? Sono sicura che mi verrete a trovare. Portate il vostro amico. Anzi, siccome ci andr luned, volete venire a cena da me, tutti e due, sabato prossimo? Vi terr con me per tutto il giorno dopo.
Servigny volse bruscamente il capo verso Yvette, la quale sorrideva tranquilla, serena; ella disse, con voce talmente sicura che non ammetteva esitazioni:
- Certo che Muschietto verr a cena sabato. Non  neanche necessario domandarglielo. Faremo un mucchio di sciocchezze, in campagna.
A lui parve di scorgere una promessa in quel suo sorriso, di cogliere un'intenzione nella sua voce.
La marchesa lev su Saval i suoi occhioni neri:
- Anche voi, barone?
Il sorriso di lei davvero non lasciava dubbi. Saval s'inchin:
- Troppo onorato, signora.
Con una malizia ingenua o perfida, Yvette mormor:
- Scandalizzeremo tutti lass; vero, Muschietto? E faremo arrabbiare il mio reggimento...
E con un'occhiata indicava alcuni uomini che la stavano osservando, di lontano.
Servigny rispose:
- Quanto vorrete, signorina.
Saval chiese:
- Perch la signorina Yvette chiama sempre Muschietto il mio amico?
- Perch, - rispose con candore la ragazza, - scivola sempre dalle mani come il muschio. Si crede di averlo, e non lo si ha mai.
La marchesa disse con noncuranza, seguendo visibilmente un altro pensiero, senza lasciare lo sguardo di Saval:
- Questi ragazzi son davvero buffi!
Yvette si offese:
- Non sono buffa, sono sincera. Muschietto mi piace, e mi scappa sempre: questo m'infastidisce.
Servigny fece un grande inchino:
- Non vi lascer pi, signorina, n giorno n notte.
- Ah, no, proprio no! - esclam ella con un gesto di terrore. - Di giorno, va bene, ma di notte sareste imbarazzante.
- E perch? - le chiese egli con impertinenza.
La giovane rispose con tranquilla audacia:
- Perch credo che spogliato non dobbiate stare tanto bene. Senza parere commossa, la marchesa disse:
- Ma stanno dicendo delle cose enormi... Non si pu essere ingenui fino a questo punto!...
Servigny, con tono beffardo, aggiunse:
- Anch'io la penso cos, marchesa.
Yvette lo fiss, e con tono altero, ferita:
- Siete stato grossolano, cosa che vi capita troppo spesso, da un po' di tempo.
Si volt, e chiam:
- Cavaliere, venite a difendermi, mi stanno insultando.
Un uomo magro, bruno, lento di mosse, si avvicin:
- Chi  il colpevole? - disse con un sorriso sforzato.
Yvette indic col capo Servigny.
-  lui; eppure gli voglio pi bene che a voi, perch  meno noioso.
Il cavaliere Valreali s'inchin:
- Si fa quello che si pu. Forse noi abbiamo meno qualit, ma non minor devozione.
Si stava avvicinando un altro uomo, alto, panciuto, coi favoriti grigi, il quale parlava con voce forte:
- Signorina Yvette, sono il vostro servitore...
- Ah! il signor di Belvigne! - esclam Yvette.
Voltandosi verso Saval, fece le presentazioni:
- Il mio pretendente ufficiale, grande, grosso, ricco e stupido. Cos mi piacciono. Un vero tamburo maggiore... da pensione. Oh, guarda, voi siete ancor pi grande di lui! Come posso battezzarvi? Ah, ecco! Vi chiamer il signor di Rodi figlio, per via del Colosso che certamente doveva essere vostro padre. Ma credo che voi due abbiate delle cose interessanti da dirvi, sopra la testa degli altri, perci buonasera...
E se ne and con vivacit verso l'orchestra, per pregare i musicisti di suonare una quadriglia.
La signora Obardi pareva distratta. Disse a Servigny, con voce lenta:
- La pigliate sempre in giro, le farete venire un cattivo carattere e chiss quanti difettacci.
- Non avete ancora completato la sua educazione? - replic egli.
Parve che la marchesa non avesse capito; seguit a sorridere benevolmente.
Ma scorse venire verso di lei un solenne signore tutto costellato di croci, e gli corse incontro:
- Ah! principe, principe, che felicit!...
Servigny prese a braccetto Saval, e tirandolo in disparte gli disse:
- Ecco l'ultimo pretendente serio, il principe Kravalov. Non ti pare che sia straordinaria?
Saval rispose:
- Per me sono straordinarie tutte e due, e mi accontento a meraviglia della madre.
Servigny s'inchin:
- A tua disposizione, mio caro.
I ballerini che stavano mettendosi a posto per la quadriglia a due a due, in due file di fronte, li urtavano.
- Andiamo a vedere un po' i greci, - disse allora Servigny.
Ed entrarono nella sala da gioco.
Attorno ad ogni tavola c'era un cerchio d'uomini ritti che stavano guardando. Si udivano poche parole, e ogni tanto il rumore leggero dell'oro gettato sul tappeto oppure rapidamente raccolto mischiava il suo mormorio metallico al mormorio dei giocatori, come se la voce del denaro volesse parlare insieme alle voci umane.
Tutti quegli uomini erano decorati di ordini diversi, con strani nastrini, e pur diversi nel volto avevano la stessa aria severa. Si potevan distinguere soprattutto dalla barba.
L'americano rigido, con la barba a ferro di cavallo alla Lincoln, l'inglese altero col suo ventaglio di peli spampanato sul petto, lo spagnolo con un vello nero che gli copriva financo gli occhi, il romano con gli stessi enormi baffoni che Vittorio Emanuele ha regalato all'Italia, l'austriaco coi favoriti ed il mento rasato, un generale russo che pareva avere le labbra armate con due lance di peli appuntiti, e francesi con baffetti galanti, mostravano la fantasia di tutti i barbieri del mondo.
- Non giochi? - chiese Servigny.
- Io no, e te?
- Qui mai. Vogliamo andarcene? Torneremo un'altra volta con pi calma. Oggi c' troppa gente, non si pu far nulla.
- Andiamo.
E sparvero dietro una tenda che metteva nel vestibolo.
Per la strada, Servigny chiese:
- Sicch, che cosa ne pensi?
- Davvero interessante. Ma mi piace di pi il reparto donne del reparto uomini.
- Altro che! Quelle donne sono quanto di meglio, di quel determinato tipo, noi possiamo trovare. Non ti pare che accanto a loro si senta odore d'amore come dal parrucchiere si sente di profumo? Queste sono davvero case dove ci si diverte, per il denaro che si spende. E che bravura, caro mio, che artiste! Ti  mai capitato di mangiare dei dolci dal fornaio? Sembrano buoni e non sanno di nulla, perch l'uomo che li ha impastati sa fare soltanto il pane. Allo stesso modo l'amore d'una normale donna di mondo mi fa sempre venire a mente quei dolci da garzone panettiere, mentre l'amore che si trova in casa della marchesa Obardi  una squisitezza. Ah, quelle pasticciere li sanno fare bene i loro dolci! Da loro si paga cinque soldi quello che fuori avresti pagato due soldi, ecco tutto.
Saval chiese:
- Chi  in questo momento il padron di casa?
Servigny scroll le spalle:
- Non lo so. L'ultimo che sapessi era un pari d'Inghilterra, partito da tre mesi. Ora credo che viva, forse, sul gioco e sui giocatori, perch anche lei ha alti e bassi. Piuttosto, sentimi bene, siamo d'accordo di andare sabato a cena da lei, a Bougival?... In campagna si  pi liberi, e vorr ben sapere quello che Yvette ha per la testa!
Saval rispose:
- Non chiedo di meglio, tanto pi che quel giorno non avr nulla da fare.
Percorrendo gli Champs-Elyses, sotto il campo infuocato delle stelle, disturbarono una coppia stesa su una panchina; Servigny mormor:
- Che sciocchezza, eppure che cosa importante! Come l'amore  comune, divertente, sempre uguale e sempre diverso! Il miserabile che paga venti soldi per quella donnetta non le chiede una cosa diversa da quella che io chiederei, pagando diecimila franchi, ad una Obardi qualunque, n pi giovane, n meno stupida di costei, forse. Che futilit!
Stette silenzioso per qualche istante, poi riprese:
- Eppure sarebbe una bella fortuna poter essere il primo amante di Yvette. Oh, per questo... darei... darei...
Non riusc a trovare quello che avrebbe dato. Saval lo salut, appena furono giunti sul canto della via Royale.

II

Avevano apparecchiato sulla veranda che dominava il fiume. La villa Primavera, presa in affitto dalla marchesa Obardi, si trovava proprio a met del pendio, esattamente alla curva della Senna, che girava davanti al muro del giardino, dirigendosi verso Marly.
Di faccia alla casa, l'isola di Croissy formava un orizzonte di grandi alberi, una massa di verzura, e si poteva vedere una lunga striscia del largo fiume, fino al caff galleggiante del Ranocchiaio, nascosto sotto le foglie.
Stava scendendo la sera, una di quelle calme sere sulla riva del fiume, dolci e colorate, una di quelle serate tranquille che danno la sensazione della felicit. Neppure una bava di vento muoveva i rami, neppure un brivido faceva increspare la superficie limpida e unita della Senna. Non faceva neanche troppo caldo, c'era tepore nell'aria: era bello vivere. La benefica frescura dalle rive della Senna saliva verso il cielo sereno.
Il sole stava scomparendo dietro gli alberi, verso altri paesi, e pareva di respirare il benessere della terra gi addormentata, di respirare nella pace dello spazio la vita indolente del mondo.
Appena usciti dal salotto per mettersi a tavola, tutti andarono in estasi; i cuori eran pieni di commossa allegria: si sentiva che sarebbe stato bello cenare in quella campagna, con lo scenario del gran fiume e della fine del giorno, respirando l'aria limpida e saporosa.
La marchesa era a braccetto con Saval, Yvette con Servigny. Erano loro quattro soli.
Le due donne parevano completamente diverse che a Parigi, specialmente Yvette.
Parlava poco, pareva illanguidita, seria.
Saval non la riconosceva pi; le chiese:
- Che cosa vi  successo, signorina? Dall'altra settimana, vi trovo molto cambiata. Siete diventata una persona seria.
Ella rispose:
- La campagna mi fa questo effetto. Non sono pi la stessa. Mi sento strana.  vero che io non sono mai uguale nemmeno per due giorni di seguito; oggi sembro una pazza, domani il personaggio d'un idillio; cambio come il tempo e non so il perch. Sarei capace di tutto, secondo il momento. Ci sono giorni che avrei voglia di ammazzare della gente, non bestie perch non sarei mai capace d'ammazzare una bestia, ma proprio della gente, e altri giorni che piango per una sciocchezza. Mi girano per la testa tante idee differenti; dipende da come mi alzo. Ogni mattina, svegliandomi, potrei dire come sar fino alla sera. Forse sono le fantasticherie che mi fanno diventare cos. O forse sono i libri che leggo.
Era tutta vestita di flanella bianca, delicatamente avvolta nella ondeggiante morbidezza di quella stoffa. Il corsetto largo, a grandi pieghe, segnava, senza mostrarlo, il petto libero, fermo, gi maturo. Il collo sottile usciva da una spuma di grossi merletti, si chinava in dolci movimenti, pi biondo della veste, un gioiello di carne che portava la pesante massa dei capelli dorati.
Servigny la guard lungamente. Poi disse:
- Siete adorabile, stasera, signorina. Vorrei vedervi sempre cos.
Ella rispose, con un poco della sua normale malizia:
- Non mi fate dichiarazioni, Muschietto. Potrei prenderle sul serio, e vi costerebbe caro!...
La marchesa appariva felice, molto felice. Tutta vestita di nero, nobilmente drappeggiata in una veste severa che disegnava le sue forme colme e forti, con un po' di rosso sul busto, una ghirlanda di garofani rossi che le cadeva dalla cintura come una catena, e risaliva a fissarsi sull'anca, una rosa rossa negli scuri capelli, ella aveva in tutta la persona, in quel semplice abbigliamento su cui i fiori parevano sanguinare, nello sguardo che quella sera posava sulle persone, nella voce lenta, nei gesti radi, qualcosa di ardente.
Anche Saval pareva serio e pensieroso. Ogni tanto, con gesto familiare, si pigliava la barba bruna, che aveva tagliata in punta alla Enrico III, e sembrava immerso in profondi pensieri
Tutti tacquero per qualche minuto.
Poi, mentre stavano servendo una trota, Servigny disse:
- A volte il silenzio  bello. Ci si sente pi vicini quando si sta zitti che quando si parla; vero, marchesa?
Ella, volgendosi verso di lui, rispose:
- S,  vero.  cos dolce pensare, insieme, a cose piacevoli...
Lev il suo sguardo caldo verso Saval, e stettero per qualche istante a contemplarsi, con gli occhi negli occhi.
Ci fu, sotto la tavola, un lieve movimento, quasi impercettibile.
- Signorina Yvette, - seguit a dire Servigny, - mi farete convincere che siete innamorata, se seguitate a star cos seria. Vediamo di chi mai potete essere innamorata? Cerchiamo insieme, se ne avete voglia. Trascuro l'esercito degli spasimanti volgari, e scelgo soltanto i principali: del principe Kravalov?
Udendo questo nome Yvette si svegli:
- Mio povero Muschietto, che dite? Il principe sembra un russo da museo delle cere, al quale abbiano dato delle medaglie in un concorso di acconciature.
- Va bene; togliamo il principe; allora  il visconte Pierre di Belvigne.
Ora ella si mise a ridere, e gli chiese:
- Mi ci vedete voi, attaccata al collo di quel Mostocotto (lo chiamava, secondo i giorni, Mostocotto, Malvasia, o Vinsanto, perch dava soprannomi a tutti), e sussurrargli nel naso: Mio caro Pierre, o mio divino Pedro, o mio adorato Pietro, o mio grazioso Pierrot, porgi quella tua testona di cane alla tua cara mogliettina che vuole baciarla?...
- Leviamo questi due, - disse allora Servigny. - Rimane il cavaliere Valreali, che pare protetto dalla marchesa.
Yvette era allegrissima:
- Chi? Lacrimoso? Ma se fa il piagnone professionale alla chiesa della Madeleine! Se va dietro ai funerali di prima classe... Mi par di morire, tutte le volte che mi guarda.
- E tre... Allora chi vi ha fulminato  stato il barone Saval qui presente.
- No, il signor di Rodi figlio, proprio no,  troppo grande. Mi parrebbe di voler bene all'Arco di Trionfo dell'toile.
- Allora, signorina,  certo che siete innamorata di me, perch io sono l'unico dei vostri ammiratori del quale ancora non abbiamo parlato. Mi ero tenuto da parte, per modestia e per prudenza. Non mi resta che ringraziarvi.
Yvette gli rispose con allegra grazia:
- Di voi, Muschietto? Oh, proprio no... vi voglio bene... e non vi voglio bene... No, aspettate, non voglio scoraggiarvi. Non vi voglio ancora bene... Forse... avete qualche probabilit... Perseverate, Muschietto, siate devoto, premuroso, sottomesso, pieno di attenzioni, obbediente ai miei pi piccoli capricci, disposto a tutto per compiacermi... e vedremo... pi tardi...
- Ma, signorina, tutto quello che volete, mi piacerebbe di pi farlo dopo che prima, se per voi fosse lo stesso.
Con un'aria da ingenua da commedia, ella chiese:
- Dopo... che cosa, Muschietto?
- Perbacco, dopo che mi avrete dimostrato che mi volete bene!
- D'accordo, fate come se vi volessi bene, credetelo, se volete... - Ma il fatto  che...
- Silenzio, Muschietto, basta con quest'argomento.
Servigny fece il saluto militare e tacque.
Il sole s'era sprofondato dietro l'isola, ma tutto il cielo era ancora fiammeggiante come un braciere, e l'acqua tranquilla del fiume pareva diventata sangue. Il riflesso dell'orizzonte faceva diventare rossi case, oggetti, persone. La rosa scarlatta fra i capelli della marchesa sembrava una goccia porporina, caduta dalle nuvole sul suo capo.
Yvette stava guardando lontano, e sua madre, come per caso, pos la mano nuda sulla mano di Saval; poi, siccome la ragazza fece un movimento, con gesto rapido la mano della marchesa vol ad aggiustare qualcosa tra le pieghe del corsetto.
Servigny, che li stava guardando, disse:
- Se volete, signorina, dopo mangiato andremo a fare un giretto nell'isola...
Ella fu felice di quest'idea:
- Oh, certo! sar delizioso. Andremo soli soli, vero, Muschietto?
- Oh, s... soli, signorina.
E tacque nuovamente.
Il gran silenzio dell'orizzonte, il sonnolento riposo della sera intorpidivano le anime, i corpi, le voci. Esistono ore tranquille, piene di raccoglimento, durante le quali  quasi impossibile parlare.
I camerieri servivano in silenzio. L'incendio del firmamento si spengeva, e la notte, lenta, spiegava le sue ombre sulla terra. Saval chiese:
- Avete intenzione di trattenervi qui per molto tempo?
La marchesa rispose, calcando la voce su ogni parola:
- S. Fintanto che ci star bene.
Non ci si vedeva pi, e furono portati i lumi, che gettarono sulla tavola una strana pallida luce, nella grande oscurit dello spazio; subito una pioggia di moscerini si rivers sulla tovaglia. Gli insetti si bruciavano, passando attraverso i tubi di vetro e, con le ali e le zampe arrostite, sporcavano tovaglia, piatti e bicchieri, con una specie di polvere grigia e saltellante.
Li inghiottivano insieme al vino, li mangiavano nei sughi, li vedevano muoversi sul pane. Ed il volto e le mani erano continuamente solleticati dall'innumerevole moltitudine volante dei minuscoli insetti.
Era un continuo buttare via bevande, coprire piatti, mangiare nascondendo il cibo, con infinite precauzioni.
Era un gioco che divertiva Yvette, a cui Servigny aveva cura di coprire il pane che portava alla bocca, di badare al suo bicchiere, di stenderle sul capo, come un tetto, il tovagliolo spiegato. Invece la marchesa, disgustata, s'innervos, e la cena fu presto finita.
Yvette non aveva dimenticato la proposta di Servigny. Gli disse:
- Ora andiamo nell'isola...
Sua madre le raccomand con tono languido:
- Non fate tardi... Noi vi accompagneremo fino al traghetto...
S'incamminarono, a due a due, la giovane e Servigny davanti, sulla strada d'alzaia. Sentivano, dietro di loro, la marchesa e Saval che parlavano sottovoce, fitto fitto. Era buio pesto, d'un nero d'inchiostro. Il cielo formicolava di granelli di fuoco e pareva che li seminasse nel fiume, poich l'acqua scura era punteggiata di stelle.
I ranocchi, lungo le sponde, avevano cominciato a gracidare, emettendo il loro verso strascicato e monotono. E tantissimi usignoli spargevano nell'aria calma il loro canto leggero.
Ad un tratto Yvette chiese:
- Ma non sento pi camminare, dietro a noi... Dove sono andati?
E chiam:
- Mamma!...
Nessuna voce rispose. La ragazza disse:
- Ma non possono essere lontani, li sentivo parlare un momento fa.
Servigny mormor:
- Si vede che sono tornati indietro; forse vostra madre aveva freddo...
E la trascin con s.
Un lume brillava davanti a loro. Era l'albergo di Martinet, oste e pescatore. Al richiamo dei giovani, un uomo usc dalla casa: essi salirono su un grosso battello ormeggiato tra le erbe della riva.
Il traghettatore prese i remi, e la pesante barca, muovendosi, risvegliava le stelle addormentate sull'acqua, le faceva ballare perdutamente una danza disordinata che a poco a poco si calmava, dietro a loro.
Giunsero all'altra riva, scesero sotto gli alti alberi.
Una frescura di terra umida ondeggiava sotto i rami alti e fitti, sui quali pareva che ci fossero tanti usignoli quante foglie.
Lontano, un pianoforte cominci a suonare un valzer popolare.
Servigny aveva preso a braccetto Yvette, e piano piano fece scivolare la mano dietro la vita di lei, stringendola dolcemente.
- A che pensate? - le chiese.
- Io? A nulla... Mi sento felicissima!...
- Allora non mi volete punto bene?...
- S, s, Muschietto, vi voglio bene, molto bene; ma ora lasciatemi in pace con queste storie...  troppo bello perch possa stare a sentire le vostre chiacchiere...
Lui la stringeva a s, per quanto ella, dando delle scossettine, cercasse di svincolarsi, e sentiva, attraverso la flanella morbida e dolce, il tepore della sua carne. Balbett:
- Yvette!
- Che cosa c'?...
- C' che vi voglio bene...
- Ora non siete serio, Muschietto...
- S che sono serio:  da tanto tempo che vi voglio bene.
Lei tentava sempre di staccarsi da lui, si sforzava di liberare il braccio stretto fra i petti di tutti e due. E camminavano a fatica, imbarazzati da quel modo di stare stretti e da quei movimenti, oscillando come ubriachi.
Servigny non sapeva che dire, sentendo bene che non si parla ad una ragazza come a una donna; era turbato, si domandava quel che avrebbe fatto, se lei avrebbe acconsentito a ci che non capiva, e si lambiccava il cervello per trovare le paroline tenere, precise, decisive, che ci volevano.
Non faceva che ripetere:
- Yvette, oh, Yvette!...
Ad un tratto, a caso, le baci la guancia. Ella si scans, e disse, irritata:
- Oh! Siete proprio ridicolo. Volete lasciarmi in pace?
Il tono della voce non rivelava ci che pensasse o volesse; Servigny, vedendo che non s'era molto arrabbiata, la baci proprio sul principio del collo, sulla peluria dorata che precede i capelli, in quel punto delizioso che da tanto tempo bramava.
Lei cominci a dibattersi, dando grandi strattoni, per sfuggirgli. Ma lui la reggeva forte, e ponendole l'altra mano sulla spalla, la costrinse a voltare la testa, le carp dalle labbra un bacio inebriante e profondo.
Con una rapida ondulazione del corpo Yvette gli scivol tra le braccia, gli guizz lungo il petto, e sfuggita vivacemente dalla stretta, scomparve nell'ombra, tra un gran fruscio di gonne, simile al rumore dell'uccello che s'invola.
Servigny dapprincipio rest immobile, sorpreso da quell'agilit e dalla scomparsa improvvisa, poi, non udendo pi alcun rumore, chiam sottovoce:
- Yvette!
Ella non rispose. Cominci a camminare, frugando con lo sguardo le tenebre, cercando tra i cespugli la macchia bianca del vestito di lei. Tutto era nero. Nuovamente chiam, pi forte:
- Signorina Yvette!...
Gli usignoli tacquero.
Acceler il passo, un poco inquieto, gridando sempre pi forte:
- Signorina Yvette, signorina Yvette!...
Nulla: si ferm; stette in ascolto. Tutta l'isola era silenziosa; appena un fremito di foglie sul suo capo. I ranocchi soltanto seguitavano il loro sonoro gracidio sulle rive.
Si mise a girare nel bosco, scendendo fino alle sponde ripide e folte di vegetazione del braccio rapido del fiume, e tornando poi alle sponde basse e nude del braccio morto. Giunse fin di fronte a Bougival, torn fino al Ranocchiaio, frug dappertutto, sempre ripetendo:
- Signorina Yvette, dove siete? Rispondetemi! Scherzavo! Via, rispondetemi, non mi fate seguitare a cercare in questo modo!
Lontano, si sent suonare un orologio. Cont i colpi: mezzanotte. Erano due ore che girava per l'isola. Gli venne a mente che forse era tornata a casa e torn indietro, in grande ansia, passando per il ponte.
Un domestico, addormentato in una poltrona nel vestibolo, lo stava aspettando.
Dopo averlo svegliato Servigny gli chiese:
-  molto che la signorina Yvette  tornata? Ci siamo lasciati al principio del paese, perch doveva fare una visita.
Il cameriere rispose:
- Oh, s, signor duca... La signorina  tornata prima delle dieci.
And in camera sua e si mise a letto.
Rest con gli occhi spalancati, non riuscendo ad addormentarsi. Quel bacio rubato l'aveva messo in agitazione. Pensava: che voleva mai? che aveva in mente? che sapeva? Quant'era bella, eccitante!
I suoi desideri, stancati dalla vita ch'egli faceva, da tutte le donne avute, da tutti gli amori esplorati, si risvegliarono davanti a quella strana fanciulla, cos fresca, irritante ed inspiegabile.
Sent suonare l'una, poi le due. Non si sarebbe addormentato, certamente. Aveva caldo, sudava, sentiva il cuore battergli svelto nelle tempie: si alz per aprire la finestra.
Entr un soffio fresco, ed egli lo respir lungamente. L'ombra densa era silenziosa, nerissima, immobile. Ma, ad un tratto, vide davanti a s, nelle tenebre del giardino, un punto luminoso; pareva un carboncino rosso. Pens: un sigaro; non pu essere altri che Saval.... Lo chiam sottovoce:
- Lon!
Una voce rispose:
- Sei tu, Jean?
- S; aspettami, ora scendo.
Si vest, usc, e raggiunse l'amico che fumava, seduto a cavalcioni d'una sedia di ferro:
- Che fai qui, a quest'ora?
- Mi sto riposando...
E si mise a ridere.
Servigny gli strinse la mano:
- Complimenti, mio caro... Io, invece, m'annoio...
- Questo vuol dire che...
- Vuol dire che... Yvette e sua madre non si somigliano affatto.
- Che  successo? Raccontami...
Servigny raccont dei suoi tentativi, del loro insuccesso, e seguit:
- Insomma, questa ragazza mi turba. Figurati che non sono riuscito ad addormentarmi.  davvero curioso: una ragazzetta... Pare semplice semplice, e non si riesce a saper nulla, di lei. Una donna che ha vissuto, che ha amato, che conosca la vita, si fa presto a capirla. Ma quando si tratta d'una vergine, non si riesce a capire pi nulla. Sto cominciando a credere che mi prenda in giro.
Saval si dondolava sulla sua sedia. Disse, con grande lentezza:
- Stai attento, mio caro, perch quella ti sta portando al matrimonio. Ricordati tanti esempi illustri. Non  forse usando lo stesso procedimento che la signorina di Montijo, la quale almeno era di buona razza, riusc a diventare imperatrice? Non fare il Napoleone.
- Oh! per questo, non aver paura, - mormor Servigny; - non sono n ingenuo, n imperatore. Bisogna essere o l'uno o l'altro di questi due per fare cose simili. Ma dimmi, hai sonno, tu?
- No, proprio no.
- Vuoi che facciamo una passeggiata sulla riva?
- Volentieri.
Aprirono il cancello e cominciarono a scendere lungo il fiume, in direzione di Marly.
Era l'ora fresca che precede il giorno, l'ora del gran sonno, del gran riposo, della calma profonda. Perfino i leggeri rumori della notte erano taciuti: gli usignoli non cantavano pi; i ranocchi avevano smesso di far chiasso; soltanto un animale sconosciuto stava facendo, in qualche posto, una specie di stridio di sega, leggero, monotono, regolare come un meccanismo.
Servigny, il quale a momenti era poeta ed anche filosofo, disse ad un tratto:
- Ecco. Questa ragazza mi fa girare completamente la testa. In aritmetica uno e uno fanno due. In amore, uno e uno dovrebbe fare uno, ed invece fa due lo stesso. Lo hai mai provato, tu? Il bisogno di assorbire in s una donna, o di scomparire in lei? Non sto parlando del bisogno bestiale dell'accoppiamento, ma del tormento morale e mentale di voler essere tutt'uno con un'altra persona, di aprirle completamente l'anima, il cuore, di penetrare il suo pensiero fino in fondo. E invece non sai mai nulla di lei, non scopri mai gli ondeggiamenti della sua volont, dei suoi desideri, delle sue opinioni. Mai riesci ad indovinare, neanche un poco, l'ignoto ed il mistero d'un'anima che pure senti cos vicina, d'un'anima nascosta dietro due occhi che ti guardano, chiari come l'acqua, trasparenti come se non celassero nulla di segreto, d'un'anima che ti parla attraverso una bocca amata, che par tua, tanto  il desiderio; d'un'anima che, con le parole, ti trasmette ad uno ad uno i suoi pensieri, e nonostante ci rimane pi lontana da te di quanto le stelle siano lontane l'una dall'altra, ed ancor pi impenetrabile degli astri!  curioso davvero!
Saval rispose:
- Io non chiedo tanto. Non guardo dietro gli occhi. Mi preoccupo poco del contenuto, ma molto del contenente.
Servigny mormor:
- Comunque, Yvette  una strana creatura. Come mi accoglier stamattina?
Mentre stavano arrivando alla Macchina di Marly s'accorsero che il cielo cominciava ad impallidire.
Alcuni galli cominciarono a cantare nei pollai; il loro verso giungeva un po' affiochito dallo spessore dei muri. Un uccello, nel parco, a sinistra, pigolava, ripetendo continuamente un breve ritornello, d'una semplicit ingenua e buffa.
-  ora di tornare... - disse Saval.
Tornarono indietro. Servigny, mentre entrava nella sua camera, vide, attraverso la finestra rimasta spalancata, l'orizzonte tutto rosa. Chiuse le persiane, tir ed incroci le pesanti tende, si mise a letto e finalmente s'addorment.
Per tutto il tempo del sonno sogn di Yvette.
Fu svegliato da uno strano rumore. Si mise a sedere sul letto, in ascolto, ma non ud nulla. Poi, ad un tratto, contro gli scuri, sent un rumore simile a quello che fa la grandine.
Salt sul letto, corse alla finestra, l'apr e vide Yvette, ritta in mezzo al viale, che gli tirava manate di sabbia.
Era vestita di rosa, con un cappello di paglia a falda larga sormontato da una piuma alla moschettiera, e rideva, maliziosa e maligna.
- Via, Muschietto, state ancora dormendo? Che cosa mai avete fatto stanotte per dovervi svegliare cos tardi? Forse siete andato a caccia d'avventure?
Servigny era rimasto stordito dal violento bagliore della luce che improvvisamente gli aveva colpito gli occhi; era ancora intorpidito dalla stanchezza e sorpreso dalla beffarda tranquillit della giovane.
Rispose:
- Vengo subito, signorina, vengo subito. Il tempo di mettere il naso nell'acqua e scendo subito.
- Spicciatevi, - grid ella, - son gi le dieci. Devo comunicarvi un grandioso progetto, un complotto che faremo. E poi, sapete, si desina alle undici...
La trov seduta su una panchina con un libro sulle ginocchia, un romanzo qualunque. Lo prese a braccetto, familiarmente, amichevolmente, in un modo spontaneo ed allegro, come se nulla fosse accaduto la sera prima, e conducendolo in fondo al giardino:
- Ecco il mio progetto, - disse: - disubbidiremo alla mamma e voi mi porterete al Ranocchiaio. Lo voglio proprio vedere. Mamma dice che le donne perbene non possono andare in posti come quello. Ma per me  proprio lo stesso che ci si possa o non ci si possa andare. Mi ci porterete, vero, Muschietto? E faremo un bel chiasso, insieme coi canottieri.
Mandava un buon odore, senza che lui potesse esattamente sapere quale fosse il profumo vago e leggero che le volteggiava attorno. Non era uno di quei pesanti profumi usati da sua madre, ma appena un discreto sentore, in cui si poteva percepire un'idea di polvere d'iride, e fors'anche un poco di verbena.
Donde veniva quell'indefinibile profumo? Dall'abito, dai capelli, dalla pelle? Se lo chiedeva, e, siccome le stava parlando vicino, riceveva sul volto il fiato fresco di lei, che gli pareva altrettanto delizioso da respirare. Pens che il fuggevole profumo che cercava di riconoscere esisteva soltanto perch lo evocavano i suoi occhi affascinati; ed era una specie d'ingannevole emanazione di quella grazia giovane e seducente.
Costei gli stava dicendo:
- Allora, siamo intesi, Muschietto? Siccome dopo mangiato far troppo caldo, mamma non vorr uscire...  sempre fiacchissima quando fa caldo. Perci la lasceremo col vostro amico e noi andremo via. Sembrer che andiamo nella foresta. Se sapeste quanto mi divertir nel vedere il Ranocchiaio!
Arrivarono davanti al cancello, di faccia alla Senna. Una pioggia di sole cadeva sul fiume addormentato e lucido. Ne usciva una nebbiolina prodotta dal calore, come un fumo d'acqua evaporata che produceva sulla superficie dell'acqua un leggero vapore lucente.
Ogni tanto si vedeva passare un canotto, una rapida iole o una pesante chiatta, e, di lontano, si udivano i fischi, brevi e lunghi, dei treni che tutte le domeniche riversano la popolazione di Parigi nella campagna dei dintorni, e dei vaporini che avvisano del loro passaggio la chiusa di Marly.
Suon una campanellina.
Si annunciava il desinare; tornarono a casa.
Il pasto fu silenzioso. Il pesante meriggio di luglio schiacciava la terra, opprimeva le genti. Il calore pareva denso, paralizzava menti e corpi. Intorpidite, le parole non uscivano dalle labbra, i movimenti parevano faticosi come se l'aria opponesse resistenza, fosse diventata pi difficile da traversare.
Soltanto Yvette, bench anch'essa silenziosa, pareva vivace, nervosa, impaziente.
Dopo le frutta chiese:
- Perch non ce ne andiamo a fare una passeggiata nella foresta? Chiss come si sta bene sotto gli alberi...
La marchesa, che pareva sfinita, mormor:
- Sei matta? Uscire con un tempo simile?
La ragazza, furba, continu:
- Va bene; allora ti lasceremo il barone, perch ti tenga compagnia. Io e Muschietto andremo sulla costa e ci metteremo a leggere sull'erba.
Voltandosi verso Servigny, disse:
- Allora, siamo intesi...
- Ai vostri ordini, signorina, - rispose lui.
Yvette corse a prendere il cappello.
La marchesa scroll le spalle, sospirando:
-  pazza sul serio...
E stese pigramente, con una specie di stanchezza nel gesto amoroso e languido, la sua bella mano pallida al barone, il quale la baci con lentezza.
Yvette e Servigny andarono. Prima costeggiarono la riva, attraversarono il ponte, entrarono nell'isola, poi si sedettero sulla sponda, dalla parte del braccio rapido, sotto i salici, perch ancora era troppo presto per andare al Ranocchiaio.
La giovane trasse di tasca un libro e disse ridendo
- Ora, Muschietto legger.
E gli tese il volume.
Servigny si scherm:
- Io, signorina? Ma se non so leggere!
Ella gli disse con gravit:
- Via, niente scuse. Mi sembrate ancora il vero tipo dello spasimante. E il vostro motto non : tutto per nulla?
Servigny prese il libro, lo aperse, rimase sorpreso, era un trattato d'entomologia, sulle formiche, di un autore inglese. Rest immobile, credendo che si fosse presa gioco di lui, finch ella si spazient:
- Suvvia, leggete, - gli disse.
- Cos'? - chiese Servigny: - una scommessa, oppure un semplice capriccio?
- No, mio caro: ho visto questo libro in una libreria, mi hanno detto che  quanto di meglio esista sulle formiche, perci ho pensato che sarebbe stato divertente imparare qualcosa sulla vita di queste bestioline, guardandole correre in mezzo all'erba. Leggete.
Si stese bocconi, coi gomiti appoggiati per terra, il capo fra le mani, gli occhi fissi sull'erba.
Servigny cominci a leggere:
Tra tutti gli animali, senza dubbio le scimmie antropoidi sono quelle che pi s'avvicinano all'uomo nella struttura anatomica, ma se consideriamo i costumi delle formiche, la loro organizzazione sociale, le loro grandi comunit, le case e le strade che costruiscono, le loro abitudini di addomesticare animali e talvolta perfino di ridurli in schiavit, siamo costretti ad ammettere che esse possono reclamare un posto accanto all'uomo nella scala graduatoria dell'intelligenza....
Seguit con voce monotona, fermandosi ogni tanto per chiedere:
- Basta?
Yvette faceva segno di no col capo; su un fil d'erba aveva preso una formica spersa, e si divertiva a farla andare da una parte all'altra, rovesciando il filo non appena la bestiolina aveva raggiunto una delle estremit. Stava ascoltando con attenzione intensa e silenziosa i particolari sorprendenti sulla vita di quei fragili animaletti, sui loro impianti sotterranei, sul modo con cui allevano, tengono segregati e nutrono i gorgoglioni, per bere il liquido zuccherino ch'essi secernono, nello stesso modo che noi le vacche nelle stalle, sull'abitudine di addomesticare certi insettucci ciechi che puliscono i formicai, e di far guerre per ricavarne schiavi che avranno cura dei vincitori con tanta sollecitudine che costoro perderanno perfino l'abitudine di mangiare da s.
A poco a poco, come se nel suo cuore si fosse destata una tenerezza materna per quella bestiolina cos piccola ed intelligente, Yvette se la faceva arrampicare sul dito, la guardava commossa, come se avesse voglia di darle un bacio.
E mentre Servigny leggeva di come esse vivono in comunit, delle amichevoli lotte di forza e di destrezza che fanno tra loro, la ragazza entusiasta volle baciare l'insetto, che le sfugg e cominci a correrle sul viso. Allora lei mand un grido acuto come se un tremendo pericolo l'avesse minacciata e con gesti precipitosi si percuoteva la gola per scacciare la bestiola. Servigny ridendo come un matto prese la formica proprio mentre era vicina ai capelli e baci lungamente il luogo della cattura, senza che Yvette scansasse la fronte.
Alzandosi, ella disse:
- Mi piace pi d'un romanzo. E ora andiamo al Ranocchiaio.
Giunsero alla parte dell'isola, dov' il parco, pieno di immensi alberi. Sotto le alte chiome, lungo la Senna, dove scivolavano i canotti, passeggiavano delle coppie: ragazze e giovanotti, operai con le loro innamorate, in maniche di camicia, con la giacchetta sul braccio, il cappello alto buttato all'indietro, con un'aria stanca di beoni; borghesi con le loro famiglie: le donne cogli abiti della domenica, e i bimbi trotterellanti intorno ai genitori, simili a una covata di pulcini.
Un rumorio lontano e continuo di voci umane, un clamore sordo e brontolante annunciava il luogo favorito dai canottieri.
Lo videro all'improvviso. Un immenso galleggiante coperto da un tetto, ormeggiato alla sponda, e coperto da una folla di maschi e di femmine, seduti a bere oppure in piedi, che gridavano, cantavano, urlavano, ballavano, facevano le capriole accompagnati da un pianoforte lamentoso, stonato e rimbombante come un paiolo.
Certe ragazzone coi capelli rossi che mettevano in mostra, davanti e dietro, la doppia provocazione del loro seno e del sedere, giravano, con gli occhi invitanti, le labbra rosse, quasi ubriache, dicendo frasi oscene.
Altre ballavano disperatamente con certi pezzi di giovanotti mezzi nudi, vestiti d'un paio di calzoni di tela e d'una maglietta di cotone, e con in capo un berrettino colorato, da fantini.
Tutto quell'insieme mandava un odore di sudore e di cipria, un misto di emanazioni di profumi e di ascelle.
I bevitori, seduti attorno alle tavole, mandavano gi liquidi bianchi, rossi, verdi e gridavano e strillavano senza motivo, per il violento bisogno di schiamazzare, per il brutale bisogno di sentirsi orecchie e testa pieni di chiasso.
Continuamente dei nuotatori saltavano nell'acqua dal tetto facendo cadere una pioggia di schizzi sui bevitori pi vicini, i quali urlavano selvaggiamente.
Sul fiume sfilava una flotta di imbarcazioni. Le iole lunghe e sottili andavano rapide, sospinte dalle nude braccia potenti dei rematori, coi muscoli che guizzavano sotto la pelle abbronzata. Le donne canottiere vestite di flanella turchina o rossa con un ombrello pure turchino o rosso aperto sul capo, splendido sotto il sole ardente, si arrovesciavano nei loro sedili in fondo alle imbarcazioni, e pareva che corressero sull'acqua, immobili e come dormienti.
Altre barche pi pesanti passavano pi lentamente, piene di gente. Un collegiale sbronzo, il quale voleva fare il bello, remava con un movimento simile a quello delle ali d'un mulino, urtava tutti i canotti, mentre i canottieri gli urlavano contro, poi spar, smarrito, dopo aver quasi fatto affogare due bagnanti, inseguito dagli urli della folla ammassata nel gran caff galleggiante.
Raggiante, Yvette passava in mezzo alla folla chiassosa e varia, a braccetto con Servigny; pareva felice di quei contatti sospetti e guardava le donnine con occhi tranquilli e benevoli.
- Guardate quella, Muschietto, che bei capelli! Sembra che si stiano divertendo sul serio!...
Mentre il pianista, un canottiere vestito di rosso con un enorme cappellone di paglia sul capo, cominciava un valzer, Yvette improvvisamente strinse il suo compagno gettandosi nella danza con la solita furia. Ballavano tanto e tanto freneticamente che tutti li guardavano. I bevitori, in piedi sulle tavole, battevano il tempo coi piedi, altri sbattendo i bicchieri; e il suonatore pareva impazzito, colpiva i tasti d'avorio con mani sussultanti, contorcendo il corpo, e dondolando senza fine il capo coperto dall'immenso cappellone.
Ad un tratto si ferm, si lasci scivolare per terra, lungo disteso, sepolto sotto il cappellone, come se fosse morto di fatica. Tutti scoppiarono a ridere, e batterono le mani.
Come accade negli incidenti, quattro amici si precipitarono a raccogliere il loro compagno, e lo portarono per le braccia e per le gambe, dopo avergli messo sulla pancia quella specie di tetto che portava in testa.
Un bello spirito li segu intonando il De Profundis, e subito, dietro il finto morto, si form una processione, attraverso le strade dell'isola, tirandosi dietro clienti del caff, gente che andava a passeggio, tutti quelli che incontravano.
Ridendo a piena gola, estasiata, Yvette si slanci dietro la processione, chiacchierando con tutti, inebriata dal movimento e dal chiasso. Alcuni giovanotti la guardavano negli occhi, si stringevano a lei, eccitati, e pareva che la fiutassero, che la spogliassero con lo sguardo; Servigny cominciava a pensare che, in fin dei conti, l'avventura sarebbe finita bene per lui.
La processione seguitava ad andare sempre pi svelta, perch i quattro portantini s'erano messi a correre, seguiti dalla folla schiamazzante. Ad un tratto si diressero verso la riva, si fermarono appena giunti all'acqua, fecero dondolare il loro carico, e, lasciandolo tutti e quattro insieme, lo scaraventarono nel fiume.
Un gran grido di gioia scatur da tutte le bocche mentre il pianista, stordito, si dimenava, bestemmiava, sputava acqua e impacciato dal fango, si sforzava di tornare a riva.
Il suo cappellone, che se n'era andato alla deriva, fu riportato da una barca.
Yvette saltava dalla contentezza, batteva le mani e ripeteva:
- Oh! Muschietto, come mi diverto, come mi diverto!
Servigny la osservava, tornato serio, un poco urtato ed offeso di vederla cos a suo agio in quel luogo triviale. Si ribellava in lui quella sorta d'istinto del perbene che ciascuna persona bennata ha sempre in s, anche quando si lascia andare; un istinto che le fa evitare familiarit troppo basse, contatti che sporcano troppo.
Diceva a se stesso, sbalordito:Sei un tipino di razza!....
E aveva voglia di darle davvero del tu, come faceva nel pensiero, come si d del tu, la prima volta che si vedono, alle donne di tutti.
Non gli pareva neanche diversa da tutte quelle donne coi capelli rossi che li urtavano gridando frasi oscene, con le loro voci roche e correvano in mezzo alla folla: quelle parole grasse, brevi e sonore parevano volteggiarvi sopra, nate di l, come le mosche sul letamaio. Pareva che nessuno ne fosse urtato o sorpreso. Yvette sembrava che non se ne accorgesse nemmeno.
- Muschietto, voglio fare il bagno, - disse a un certo punto, - andiamo a tuffarci.
- Ai vostri ordini, - rispose lui.
Andarono a prendere in affitto i costumi. Yvette fu pronta per prima, e lo aspett ritta sulla riva, sorridente sotto gli sguardi di tutti. Poi, se ne andarono insieme, nell'acqua tiepida.
Yvette nuotava beata, inebriata, accarezzata dalle onde, fremendo d'un piacere sensuale, sollevandosi a ogni bracciata, come se avesse voluto slanciarsi fuori del fiume. Servigny le stava dietro a fatica, sbuffando, scontento di sentirsi cos mediocre.
Ella rallent l'andatura e voltandosi bruscamente fece il morto, con le braccia stese e gli occhi aperti nel cielo azzurro. Lui guardava, lunga sul pelo dell'acqua, la linea sinuosa del suo corpo, i seni fermi, aderenti alla stoffa leggera s da mostrare la loro forma rotonda e le punte sporgenti, il ventre appena prominente, le cosce coperte dall'acqua, i polpacci ignudi che lucevano attraverso l'acqua, i piedi graziosi che emergevano.
La vedeva tutta come se gli si fosse mostrata apposta per tentarlo, per offrirsi a lui o per beffarlo ancora. E la desider con ardore appassionato, con un'irritazione esasperata. Ella d'un tratto si volt, lo guard e si mise a ridere.
- Che bella testina avete... - gli disse.
Servigny si sent punto e irritato da quello scherzo; fu preso da una rabbia cattiva d'innamorato beffato, e, cedendo ad un oscuro bisogno di rappresaglia, a un desiderio di vendicarsi, di ferirla:
- Vi piacerebbe, quella vita? - le chiese.
Con la sua solita ingenuit ella gli disse:
- Quale vita?
- Via, non mi pigliate in giro. Sapete bene quel che voglio dire.
- No, parola d'onore.
- Andiamo, finiamola con questa commedia. Volete o non volete?
- Non vi capisco.
- Non  possibile che siate cos scema. E poi, ve l'ho detto anche ieri sera.
- Ma che cosa? Me ne sono scordata... - Che vi voglio bene...
- Voi?
- S, io.
-  uno scherzo...
- Ve lo giuro.
- Allora, dimostratemelo.
- Non chiedo di meglio.
- Che cosa chiedete?...
- Di dimostrarvelo.
- Va bene, fatelo.
- Ieri sera, per, non mi dicevate queste cose!...
- Perch non m'avete fatto nessuna proposta.
- Che sciocchezza!
- E poi, per prima cosa, non dovete rivolgervi a me...
- Questa  bella! E a chi?
- Alla mamma, certo...
Servigny scoppi a ridere.
- A vostra madre?... Oh, via... questa  troppo bella...
Yvette era diventata molto seria, e lo guardava fisso.
- Statemi a sentire, Muschietto, se mi volete bene abbastanza da sposarmi, parlatene prima alla mamma, e poi io vi dar la risposta.
Lui credette che lo volesse ancora prendere in giro, e si arrabbi sul seno:
- Signorina, mi avete scambiato per qualcun altro...
Yvette seguitava a fissarlo coi suoi occhi dolci e limpidi. Rest un poco esitante, poi disse:
- Davvero non vi capisco...
Con vivacit, con un che di brusco e di cattivo nella voce, egli le rispose:
- Andiamo, Yvette, smettiamola con questa commedia che sta durando da troppo tempo. Vi piace far la parte della ragazzina ingenua, ma non vi si addice tanto, datemi retta. Sapete bene che tra noi non pu essere questione di matrimonio... ma d'amore. Vi ho detto che vi volevo bene, ed  la verit; ve lo ripeto, vi voglio bene. Non fate pi finta di non capirmi, e non trattatemi pi come uno sciocco...
Stavano di fronte, ritti nell'acqua, reggendosi a galla con impercettibili movimenti delle mani. Yvette rest immobile per qualche istante, come se ancora non riuscisse a capacitarsi del significato di quelle parole; poi, d'un tratto, arross: tutto il suo viso s'imporpor dal collo fino alle orecchie che diventarono quasi viola. Senza rispondere nemmeno una parola si diresse verso terra, nuotando a tutta velocit, a grandi bracciate affannose. Lui non riusc a raggiungerla, e ansimava, seguendola.
La vide uscire dall'acqua, raccogliere l'accappatoio e rientrare nella cabina, senza nemmeno voltarsi.
Stette molto a vestirsi, assai indeciso su come comportarsi, cercando che avrebbe potuto dirle, domandandosi se dovesse chiederle scusa oppure perseverare.
Appena fu pronto lei era gi partita, sola sola. Servigny torn indietro lentamente, ansioso e inquieto.
La marchesa stava passeggiando a braccetto con Saval, nel viale rotondo, intorno al prato.
Appena vide Servigny gli disse, con quell'aria trascurata che aveva dal giorno prima:
- Ve lo avevo detto che non dovevate uscire con questo caldo. Yvette ha preso un'insolazione. Se ne  andata a letto; era rossa come un papavero, povera creatura, e aveva un tremendo mal di capo. Avrete camminato al sole, avrete fatto i matti, che so io? Voi siete pi scervellato di lei.
La ragazza non scese, a cena. Siccome volevano portarle su da mangiare, rispose attraverso la porta che non aveva fame perch si sentiva male, e che la lasciassero in pace, per favore. I due giovani uomini partirono col treno delle dieci, promettendo di tornare il gioved successivo: la marchesa si sedette davanti alla finestra aperta, fantasticando ed ascoltando la musica saltellante dell'orchestrina dei canottieri che le giungeva di lontano, nel gran silenzio solenne della notte.
Attratta dall'amore e nell'amore come si pu esserlo dai cavalli o dalla voga, ella sottostava a improvvisi impeti di affetto, che la pigliavano come una malattia. Simili passioni la invadevano improvvisamente, la penetravano tutta, la turbavano, la prostravano, la schiacciavano, a seconda del loro carattere esaltato, violento, drammatico o sentimentale.
Era una donna nata per amare ed essere amata. Di origini assai umili, s'era fatta una posizione con l'amore, che era diventato la sua professione senza quasi che lei se n'accorgesse, agendo d'istinto, per furberia innata; accettava il denaro come i baci, con naturalezza, senza far distinzioni, usando il suo notevole intuito in modo irrazionale e semplice, nello stesso modo degli animali, che fanno diventar sottili le necessit dell'esistenza. Molti uomini eran passati fra le sue braccia, senza che ella avesse provato affetto per alcuno, e nemmeno disgusto dei loro abbracci.
Subiva gli abbracci di nessuna importanza con una tranquilla indifferenza, cos come quando si  in viaggio si mangia di tutte le cucine, per necessit. Ma, ogni tanto, il suo cuore e la sua carne s'accendevano, ed ella piombava in una gran passione che durava alcune settimane o alcuni mesi, secondo le qualit fisiche o morali dell'amante.
Erano i momenti belli della sua vita. Ella amava con tutta l'anima, con tutto il corpo, con trasporto, con estasi. Si gettava nell'amore come chi si getta in un fiume per affogarsi, e si lasciava portar via, disposta a morire se fosse stato necessario, inebriata, sperduta, infinitamente felice. Ogni volta s'immaginava di non aver mai provato simili sensazioni, prima, e sarebbe rimasta assai sorpresa se le avessero ricordato quanti uomini diversi ella aveva sognato perdutamente, per notti intere, guardando le stelle.
Saval l'aveva presa prigioniera, catturata corpo ed anima. Pensava a lui, cullata dalla sua immagine e dal suo ricordo, nella calma esaltazione della felicit raggiunta, della felicit presente e sicura.
Un rumore, dietro a lei, la fece voltare. Era entrata Yvette, ancora vestita come di giorno, ma pallida e con gli occhi brillanti come chi  molto stanco.
S'appoggi al davanzale, di fronte alla madre:
- Vorrei parlarti, - disse.
La marchesa la guard, stupita. Le voleva bene in modo egoista, fiera della sua bellezza come si pu esserlo di un patrimonio, ancora troppo bella ella stessa per esserne gelosa, troppo indifferente per far su di lei i calcoli che le attribuivano e pure troppo accorta per non aver la coscienza di quanto valesse. Rispose:
- Certo, bambina: che c'?
Yvette la fissava come se volesse penetrarle nell'anima, come se volesse afferrare le sensazioni che le sue parole avrebbero destato.
- Ecco:  successo qualcosa di straordinario.
- Che cosa?
- Servigny m'ha detto che mi vuol bene.
La marchesa, inquieta, aspett. Ma, siccome Yvette non diceva altro, chiese:
- Quando te l'ha detto? Raccontami...
La giovane, sedendosi ai piedi della madre in una posa carezzevole che le era solita, aggiunse:
- M'ha chiesto in sposa
La signora Obardi fece un gesto di stupore ed esclam:
- Servigny? Sei matta?...
Yvette non aveva distolto gli occhi dal volto della madre spiandone il pensiero e la sorpresa. Chiese, con voce seria:
- Perch devo essere matta? Perch Servigny non dovrebbe sposarmi?
Imbarazzata, la marchesa disse:
- Ti sarai sbagliata, non  possibile. Avrai sentito o capito male, Servigny  troppo ricco per te... ... troppo... parigino per sposarsi.
Yvette s'era alzata, lentamente. Disse:
- Ma, se mi vuol bene come dice, mamma?
Costei rispose, con un gesto d'impazienza:
- Credevo che fossi abbastanza grande e ne sapessi abbastanza della vita per non avere idee simili. Servigny  un gaudente e un egoista. Sposer soltanto una donna del suo ambiente e ricca come lui. Se ti ha chiesto di sposarlo,  perch vuole... vuole...
Incapace di esprimere i suoi sospetti, la marchesa tacque un istante, poi disse:
- Via, lasciami in pace, e vai a letto.
La giovane, come se fosse riuscita a sapere quel che voleva, rispose con voce docile:
- S, mamma...
La baci sulla fronte e se ne and con passo tranquillo.
Mentre stava sulla porta, la marchesa la richiam:
- E l'insolazione?
- Non era vero. Stavo cos per via di quei discorsi.
La marchesa disse:
- Ne riparleremo. Ma, soprattutto, per un po' di tempo, non restare pi sola con lui; e sii ben sicura che non ti sposer, perch quel che vuole da te ... comprometterti...
Non aveva trovato nulla di meglio per esprimere il suo pensiero. Yvette torn nella sua camera.
La signora Obardi cominci a pensare.
Da anni ella viveva in una tranquillit amorosa ed opulenta ed aveva accuratamente allontanato da s qualunque pensiero che potesse preoccuparla, inquietarla e rattristarla. Non aveva mai voluto chiedersi che sarebbe stato di Yvette: avrebbe sempre fatto in tempo a pensarci quando le difficolt fossero sopravvenute. Sentiva, con il suo intuito di cortigiana, che la sua figliola non avrebbe mai potuto sposare un uomo ricco, appartenente alla societ, a meno d'un caso improbabile, una di quelle sorprese dell'amore che riesce a porre un'avventuriera sul trono. Ma non ci contava, troppo occupata di se stessa per far progetti su ci che non la riguardasse direttamente.
Senza dubbio Yvette avrebbe fatto come sua madre. Sarebbe stata una donna d'amore. Perch no? Tuttavia, mai la marchesa aveva avuto il coraggio di chiedersi quando o come ci sarebbe accaduto.
E ora ecco che questa figliola, all'improvviso e senza alcun preannuncio, le faceva una di quelle domande a cui non si pu rispondere, la costringeva a prender posizione in un affare tanto difficile, tanto delicato e pericoloso sotto ogni punto di vista, e inquietante per la sua coscienza, per la coscienza che si deve dimostrare quando si tratta della propria figlia e di simili faccende.
Era troppo naturalmente furba, d'una furberia sonnecchiante ma mai addormentata, per essersi illusa anche per un momento sulle vere intenzioni di Servigny: conosceva gli uomini per esperienza, e soprattutto gli uomini di quella razza. Perci, fin dalle prime parole di Yvette, aveva esclamato, quasi suo malgrado:
- Servigny sposarti? Sei matta?
Come mai aveva usato quel vecchio sistema proprio lui, cos esperto e astuto, lui, un gaudente di quella fatta? Che avrebbe fatto? Come avrebbe potuto mettere sull'avviso, in maniera chiara, la bambina? Come difenderla? Perch poteva fare delle grosse sciocchezze...
Chi avrebbe mai creduto che una figliolona come quella fosse rimasta cos ingenua, inesperta, poco furba?
La marchesa, molto perplessa, e gi stanca di pensare, cercava quel che avrebbe potuto fare, senza trovar nulla, perch la situazione le appariva davvero imbarazzante.
Finch, stanca di tutto quel tramestio, pens:
La sorveglier da vicino, e agir secondo le circostanze. Se sar necessario parler a Servigny, che, da persona fine qual , mi capir subito.
Non si chiese che cosa gli avrebbe detto, n quel che lui avrebbe risposto, o qual genere di convenzione si sarebbe potuta stabilire fra loro: felice di essersi levata quel peso, senza aver dovuto decidere nulla, ricominci a pensare al bel Saval, e, con gli occhi sperduti nella notte, volti a destra, verso quel bagliore nebbioso che si libra su Parigi, mand sulle mani dei rapidi baci, e li gettava nell'ombra, uno dopo l'altro, senza contarli; sottovoce, come se gli stesse parlando, mormorava:
- Ti voglio bene! ti voglio bene!...

III

Nemmeno Yvette dormiva. Come sua madre, appoggi i gomiti al davanzale della finestra spalancata, mentre gli occhi le si empivano di lacrime, le prime lacrime tristi della sua vita.
Fino ad allora ella aveva vissuto ed era cresciuta nella fiducia stordita e serena della giovent felice. Perch mai avrebbe dovuto pensare, riflettere, cercare? Perch non doveva essere una ragazza come tutte le altre? Perch le sarebbero dovuti venire dubbi, timori, penosi sospetti?
Pareva che sapesse tutto perch pareva che fosse capace di parlare di tutto, perch imitava l'intonazione, il comportamento, le frasi arrischiate delle persone che le vivevano attorno. Ma non ne sapeva pi d'una ragazzetta allevata in un convento perch le audacie delle sue frasi provenivano dalla sua memoria, dalla facolt d'imitazione e d'assimilazione che hanno le donne, non da un pensiero istruito e fatto ardito.
Parlava dell'amore come i figli d'un pittore o d'un musicista parlano di pittura e di musica fin dall'et di dieci o dodici anni.
Sapeva, o meglio sospettava qual razza di mistero quel nome nascondesse, - troppe frasi spiritose erano state sussurrate davanti a lei perch la sua innocenza non ne fosse stata almeno un poco illuminata, - ma in qual modo avrebbe potuto evitare di pensare che le altre famiglie non somigliassero alla sua?
Baciavano la mano di sua madre con apparente rispetto; tutti gli amici che avevano erano titolati; tutti erano o sembravano ricchi; tutti nominavano con familiarit i principi di casa reale; perfino due figli di re eran venuti diverse volte, la sera dalla marchesa! In qual modo avrebbe potuto sapere?
Inoltre ella era ingenua di natura. Non cercava n intuiva le persone, come faceva sua madre. Viveva tranquilla, troppo contenta di vivere per preoccuparsi di ci che sarebbe parso sospetto ad altri esseri pi calmi, pi chiusi, meno espansivi e trionfanti.
Ed ecco che, d'un tratto, Selvigny, con alcune parole di cui ella aveva sentito la brutalit senza capirla, aveva risvegliato in lei una improvvisa inquietudine, dapprima irrazionale, a cui era seguita una tormentosa apprensione.
Era tornata a casa fuggendo come un animale ferito, e in verit era stata profondamente ferita da quelle parole, che continuamente si ripeteva per comprenderne appieno il significato, per poterne valutare bene l'estensione:Sapete bene che tra noi non pu essere questione di matrimonio... ma d'amore....
Che cosa aveva voluto dire? E perch una simile ingiuria? Dunque ella ignorava qualcosa: un segreto, un'onta? Ed era la sola ad ignorarlo, senza dubbio. Ma che cosa? Era spaventata e prostrata, come quando si scopre un'infamia nascosta, il tradimento d'un essere amato, uno di quei drammi del cuore che fanno perdere la testa.
Ed aveva pensato, riflettuto, cercato, pianto, in preda a timori ed a sospetti. E, a mano a mano che la sua anima giovane ed allegra si rasserenava, ella aveva cominciato ad imbastire un'avventura, a mettere su una situazione anormale e drammatica composta da tutti i ricordi dei romanzi poetici che aveva letto. Si era ricordata di emozionanti peripezie, di storie cupe e commoventi che mischiava e trasformava nella sua propria storia, abbellendone il mistero appena intravisto e avvolgendovi la propria vita.
Ora non si disperava pi, sognava, sollevava veli, s'immaginava inverosimili complicazioni, mille cose strane, terribili e affascinanti proprio in virt della loro stranezza.
Forse ella era la figliola naturale d'un principe? La sua povera mamma sedotta, abbandonata, creata marchesa da un re, forse dal re Vittorio Emanuele, aveva dovuto scappare davanti alla collera della famiglia?
O invece lei era stata abbandonata dai suoi genitori, gente nobilissima ed illustrissima, perch frutto d'un amore colpevole, e la marchesa l'aveva raccolta, allevata ed educata?
Altre supposizioni le attraversavano la mente, e lei le accettava o le rifiutava secondo il suo capriccio. Si commoveva su se stessa, internamente felice ed anche triste, soddisfatta principalmente di essere diventata come un'eroina da romanzo, che avrebbe dovuto assumere e mostrare un atteggiamento nobile e degno della sua parte. E pensava a questa parte che avrebbe dovuto assumersi, secondo gli eventi immaginati; la intravedeva vagamente, somigliava a quella d'un personaggio di Scribe o della Sand, era un misto di devozione, di fierezza, di abnegazione, di grandezza d'animo, di affetto e di belle parole. La sua mobile natura quasi quasi si rallegrava di questa novit.
Era restata fino a sera a pensare su quel che dovesse fare e qual sistema avrebbe usato per strappare la verit alla marchesa.
Quando fu scesa la notte, favorevole alle situazioni tragiche, finalmente ella aveva escogitato un'astuzia semplice e sottile per ottenere quel che voleva: ossia di dire bruscamente alla mamma che Servigny l'aveva chiesta in sposa.
A questa notizia certamente la signora Obardi, sorpresa, si sarebbe fatta scappare una parola o un grido che avrebbero portato la luce nella mente della figliola.
Cos Yvette aveva messo in opera il suo progetto.
Si aspettava un'esplosione di stupore, un'espansione d'amore, confidenze tra gesti e lacrime.
Ed ecco invece che sua madre, senza n stupirsi n disperarsi, era parsa seccata e basta; e dal tono imbarazzato, scontento ed inquieto con cui le aveva risposto, la giovane, risvegliatesi subito in lei sottigliezza e furberia femminili, aveva capito che non bisognava insistere, che il mistero era di tutt'altra natura, pi difficile da sapere, tanto che avrebbe dovuto cercare d'indovinarlo da sola, e se n'era tornata in camera sua, col cuore stretto, la disperazione nell'anima, schiacciata dal timore d'una vera disgrazia, senza neanche sapere per qual motivo si sentisse tanto agitata. E s'era messa a piangere, appoggiata alla finestra.
Pianse per parecchio tempo, senza pi pensare a nulla, senza cercare di scoprir null'altro; a poco a poco, mentre l'invadeva la stanchezza, chiuse gli occhi. Si assopiva per qualche minuto, in preda al sonno stanco delle persone sfinite che non hanno la forza di spogliarsi e di mettersi a letto; a quel sonno pesante, interrotto da bruschi risvegli quando la testa scivola tra le mani.
And a letto solamente alle prime luci dell'alba, quando il freddo del mattino la costrinse a levarsi dalla finestra.
Nei due giorni che seguirono ella mantenne un atteggiamento riservato e malinconico. Intanto un lavorio di riflessione, rapido e continuo, si compiva nella sua mente: imparava a spiegare, a indovinare, a ragionare. Una luce, ancora vaga, sembrava che illuminasse in un modo nuovo persone e cose intorno a lei; e sospettava di tutti e di tutto quel che aveva creduto, di sua madre perfino. In quei due giorni fece tutte le supposizioni possibili, esamin tutte le possibilit, si tuff nelle decisioni pi estreme, repentinamente, com'era nella sua natura mutevole e priva di equilibrio. Il mercoled form un piano, un modo di comportarsi e un sistema di spionaggio. Il gioved mattina si alz, decisa ad essere pi astuta d'un poliziotto, ed in guerra armata contro tutti.
Decise anche di adottare come motto le parole:Io, sola, e perse un'ora a pensare in qual modo dovessero essere disposte per fare un bell'effetto, incise attorno alle sue cifre, sulla sua carta da lettere.
Saval e Servigny arrivarono alle dieci.
La giovane porse la mano con riservatezza, senz'alcun imbarazzo, e con tono familiare e serio disse:
- Buongiorno, Muschietto, come va?
- Buongiorno, signorina, non c' male, e voi?
La spiava.
Che commedia vorr recitarmi?, diceva a se stesso.
La marchesa prese a braccetto Saval, lui Yvette, e cominciarono a passeggiare intorno al prato, apparendo e sparendo continuamente dietro cespugli e gruppetti d'alberi.
Yvette camminava con aria seria e pensosa, guardando la sabbia del viale, sembrava ascoltare a malapena quel che le diceva il suo compagno, e non gli rispondeva affatto.
Ad un tratto gli chiese:
- Mi siete davvero amico, Muschietto?
- Perbacco, signorina.
- Ma davvero davvero, proprio davvero?
- Tutto vostro, signorina, corpo e anima.
- Fino al punto di non dirmi una bugia, nemmeno una volta sola?
- Anche due volte, se  necessario.
- Fino al punto di dirmi la verit, tutta la sporca verit?
- S, signorina.
- Allora, ditemi che cosa pensate, sul serio, del principe Kravalov?...
- Ah... - Vedete che gi vi preparate a dirmi una bugia?...
- No, no: sto cercando le parole, le parole appropriate. Mio Dio, il principe Kravalov  un russo, un vero russo che parla russo ed  nato in Russia, che forse ha avuto un passaporto per venire in Francia, e che ha di falso soltanto il nome e il titolo.
- Volete dire che sarebbe...
Servigny dapprima esit, poi si decise:
- Un avventuriero, signorina...
- Grazie. E il cavalier Valreali non varr pi di lui, vero?
- L'avete detto.
- E il signor di Belvigne?
- Quanto a questo  un'altra cosa  un uomo del mondo... di provincia, onorabile... fino a un certo punto... soltanto un po' troppo mal ridotto... per essersela spassata troppo...
- E voi?
- Io, - rispose Servigny senza esitare, - sono quello che si chiama un gaudente, un giovane di buona famiglia che aveva intelligenza e l'ha sciupata a dire spiritosaggini, che aveva buona salute e l'ha persa gozzovigliando, che valeva qualcosa, forse, e si  disperso nel non far nulla. Mi restano un patrimonio, una certa pratica della vita, una completa mancanza di pregiudizi, molto disprezzo per gli uomini, comprese le donne, un senso profondissimo dell'inutilit delle mie azioni, ed una gran tolleranza per la furfanteria generale. Ogni tanto sono ancora sincero, come vedete, ed anche capace di affetto, come potrete vedere. Con questi difetti e queste qualit mi pongo ai vostri ordini, signorina, moralmente e fisicamente, perch possiate disporre di me a vostro piacimento. Ecco.
Yvette non rideva. Stava a sentire, ponderando le frasi e le intenzioni.
- Che cosa pensate della contessa di Lammy? - chiese ancora. - Permettetemi di non dire nulla sulle donne, - rispose Servigny con vivacit.
- Su nessuna?
- Su nessuna.
- Allora vuol dire che le giudicate molto male, tutte quante. Via, cercate un po': non fate nessuna eccezione?...
Servigny ridacchi, con quell'aria insolente che aveva quasi sempre; e disse con l'audacia brutale ch'era in lui una forza, un'arma:
- Si fa sempre eccezione per i presenti.
La giovane arross appena, e chiese, molto calma:
- Allora, che cosa pensate di me?
- Volete che ve lo dica? Va bene. Penso che siate una persona con molto buon senso, molto pratica o, se preferite, con molto senso pratico, che sa confondere le carte in tavola molto bene, prendere in giro la gente, nascondere i suoi scopi, tendere le reti, e che sa aspettare, senza furia... gli eventi.
-  tutto? - chiese Yvette.
- S,  tutto.
Allora gli disse, con seriet:
- Vi far cambiare idea, Muschietto.
E si avvicin a sua madre, la quale stava camminando a piccoli passi, a capo chino, con l'andatura languida di chi passeggia parlando sottovoce di cose molto intime e dolci. Camminando disegnava con la punta dell'ombrello delle figure sulla rena, forse lettere, e parlava senza guardare Saval, parlava lentamente ma senza interrompersi, appoggiata al suo braccio e stretta contro di lui. Yvette fiss lo sguardo su di lei, ed un sospetto, tanto vago che nemmeno lo formul, piuttosto sensazione che dubbio, le travers la mente, come l'ombra della nuvola sospinta dal vento sulla terra.
Suon la campana del desinare. Questo fu silenzioso e quasi malinconico.
C'era tempesta nell'aria, come si dice. Nuvoloni immobili parevano acquattati in fondo all'orizzonte, taciti e pesanti ma gravidi di tempesta.
Appena ebbero preso il caff, sulla terrazza, la marchesa chiese:
- Allora, piccina, andrai oggi a fare una passeggiata col tuo amico Servigny? Questo  proprio il tempo adatto per andare a pigliare il fresco sotto gli alberi.
Yvette le lanci una rapida occhiata, subito distolta.
- No, mamma, oggi non esco.
La marchesa parve contrariata. Insistette:
- Ma vai a fare una passeggiata, bambina mia, ti far benissimo.
Allora Yvette disse con voce decisa:
- No, mamma, oggi resto in casa, e sai bene perch, te lo dissi l'altra sera...
La signora Obardi se n'era di gi scordata, presa com'era dal desiderio di restar sola con Saval. Arross, turbata ed inquieta per s, non sapendo come avrebbe fatto a restar libera un'ora o due; balbett:
-  vero, non ci pensavo pi; hai proprio ragione: chiss dove avevo la testa.
Yvette prese un lavoro di ricamo, chiamato da lei la salute pubblica, al quale lavorava cinque o sei volte l'anno nei giorni di calma assoluta, e si sedette su una seggiolina vicino a sua madre, mentre i due giovani, a cavalcioni di due seggiole pieghevoli, fumavano sigari.
Le ore trascorsero in una conversazione pigra, che si spengeva di continuo. La marchesa, nervosissima, gettava occhiate smarrite a Saval, cercava un pretesto, il mezzo di allontanare sua figlia. Ma cap che non ci sarebbe riuscita, e non sapendo pi quale astuzia usare, disse a Servigny:
- Mio caro duca, vi trattengo tutti e due qui, stasera. Domani andremo a mangiare alla trattoria Fournaise, a Chatou.
Il giovane cap, sorrise, abbozz un inchino:
- Ai vostri ordini, marchesa.
La giornata trascorse lenta, triste, sotto la minaccia del temporale.
A poco a poco giunse l'ora di cena. Il cielo pesante si riempiva di nuvole lente e grevi; nemmeno un brivido muoveva l'aria.
Anche la cena fu silenziosa. Pareva che chiss quale imbarazzo e vago timore rendessero muti i due uomini e le due donne.
Dopo sparecchiato, essi restarono sulla terrazza, parlando rado. Calava la sera, soffocante. Ad un tratto l'orizzonte fu squarciato da un immenso raffio di fuoco che illumin con una fiamma abbagliante e livida i quattro visi gi sepolti dall'ombra. Poi un rumore lontano, sordo e debole, come il passaggio d'una carrozza su un ponte, attravers la terra; e parve che il calore dell'atmosfera aumentasse, che l'aria diventasse d'un tratto pi opprimente, e il silenzio della sera pi profondo.
Yvette si alz:
- Vado a letto; il temporale mi d fastidio.
Tese la fronte alla marchesa, offr la mano ai due giovani uomini e si allontan.
La sua camera era proprio sopra la terrazza: le foglie del grande castagno piantato davanti alla porta si tinsero d'un chiarore verde, e Servigny stava cogli occhi fissi su quella pallida luce tra le foglie, dove gli pareva a volte che passasse un'ombra. Invece, la luce si spense all'improvviso. La signora Obardi mand un gran sospiro.
-  andata a letto, - disse.
Servigny si alz:
- E anch'io far altrettanto, marchesa, se lo permettete.
Baci la mano che lei gli tendeva, e scomparve a sua volta.
La marchesa era restata sola con Saval, nella notte.
Subito gli si gett tra le braccia, lo abbracci, lo strinse. Bench lui tentasse d'impedirglielo, gli s'inginocchi davanti mormorando:
- Voglio guardarti alla luce dei lampi.
Yvette, dopo avere spento la candela, era tornata sul balcone, scalza, scivolando come un'ombra, e stava ascoltando, morsa da un sospetto doloroso e confuso.
Non riusciva a vedere perch stava proprio sopra a loro, sul tetto della terrazza. Udiva soltanto un rumor di voci; e il cuore le batteva cos forte che le empiva le orecchie di fracasso. Una finestra si chiuse, sopra di lei: voleva dire che Servigny era salito, che sua madre era sola con quell'altro.
Un altro lampo spacc in due il cielo e le fece sorgere davanti, in un bagliore violento e sinistro, il paesaggio che conosceva: vide il gran fiume, color del piombo fuso, simile ai fiumi dei paesi di fantasia. Nello stesso tempo una voce, di sotto, disse: - Ti amo!
E non sent pi nulla. Uno strano brivido le aveva traversato il corpo, mentre la sua mente era sperduta in un orrendo turbamento.
Un silenzio pesante, infinito, che pareva il silenzio dell'eternit, gravava sul mondo. Yvette non riusciva pi a respirare, oppressa da qualcosa di sconosciuto e di tremendo. Un altro lampo infiamm lo spazio, per un attimo illumin l'orizzonte, fu seguito quasi subito da un altro, e da altri ancora.
La voce che gi aveva sentito, ripeteva, pi forte:
- Quanto ti amo! quanto ti amo!
Yvette la riconosceva bene quella voce: era la voce di sua madre.
Un gocciolone d'acqua tiepida le cadde sulla fronte, e un movimento impercettibile corse tra le foglie, il fremito della pioggia che comincia.
Poi, di lontano, corse un rumore confuso, simile al rumore del vento fra i rami: era l'acquazzone pesante che si rovesciava a torrenti sulla terra, sul fiume, sugli alberi. In pochi istanti l'acqua scorse intorno a lei, la copr, la schizz, la bagn tutta. La fanciulla non si muoveva, pensando soltanto a quel che aveva udito sulla terrazza.
Sent che si alzavano, e salivano alle loro camere. Sent chiudersi delle porte, dentro la casa.
La giovane, obbedendo ad un irresistibile desiderio di sapere, che la confondeva e la torturava, si slanci per la scala, apr pian piano il portone, e, traversando il prato sotto l'acquazzone furioso, corse a nascondersi in un cespuglio, per guardare le finestre.
Ce n'era soltanto una illuminata, quella di sua madre. Due ombre apparvero d'un tratto nel rettangolo luminoso, l'una accanto all'altra: poi si avvicinarono e divennero un'ombra sola. Un altro lampo proiett sulla facciata un rapidissimo ed abbagliante schizzo di luce, ed ella pot vederli baciarsi, con le braccia strette attorno al collo.
Smarrita, senza pensarci, senza sapere quel che facesse, Yvette grid con tutta la sua forza, con voce acutissima: - Mamma! - con lo stesso tono con cui si avverte qualcuno d'un mortale pericolo.
Il suo richiamo disperato si perse nello sciacquio della pioggia, eppure la coppia si separ, con un atteggiamento inquieto. Una delle ombre scomparve, mentre l'altra cercava di scrutare nelle tenebre del giardino.
Temendo d'essere sorpresa, d'imbattersi in sua madre, Yvette si slanci verso la casa, risal a precipizio la scala lasciando dietro di s una traccia gocciolante da uno scalino all'altro, e si rinchiuse in camera sua, decisa a non aprire a nessuno.
Senza levarsi le vesti grondanti, appiccicate alla pelle, cadde in ginocchio, giunse le mani, implorando, nella sua disperazione, una protezione sovrumana, il misterioso aiuto del cielo, il soccorso che si chiede nelle ore tristi e disperate.
I fulmini gettavano in continuazione nella camera il loro livido baleno, e Yvette si poteva vedere improvvisamente nello specchio dell'armadio, coi capelli sciolti e fradici, cos strana che non si riconosceva nemmeno.
Rimase cos per tanto tempo che il temporale si allontan senza che lei se ne accorgesse. La pioggia smise di cadere, un chiarore invase il cielo ancora pieno di nuvole, e una frescura tiepida, odorosa, deliziosa, di erbe e di foglie bagnate, entr dalla finestra aperta.
Yvette si alz, si tolse le vesti mosce e ghiacce, senza nemmeno pensare a quel che faceva, e si mise a letto. Poi rest cogli occhi fissi sul giorno crescente; poi pianse, poi si mise a pensare.
Sua madre, un amante! Che vergogna! Ma aveva letto tanti libri in cui donne, e perfino madri, si abbandonavano allo stesso modo e tornavano all'onore nelle pagine finali, che non si stupiva gran che di trovarsi coinvolta in un dramma tanto somigliante ai drammi che aveva letto. La primitiva violenza del dispiacere che aveva provato, il crudele sconvolgimento della sorpresa, gi si attenuavano un poco nel ricordo confuso di analoghe situazioni. Il suo pensiero aveva tanto vagabondato tra avventure tragiche e poeticamente svolte dai romanzieri, che quell'orrenda scoperta le cominciava ad apparire come il seguito naturale d'un romanzo d'appendice incominciato il giorno prima.
Disse a se stessa:Salver mia madre.
Quasi rasserenata da questa decisione da eroina, ella si sent forte, cresciuta, disposta improvvisamente al sacrificio ed alla lotta. Pens ai mezzi che avrebbe dovuto usare: soltanto uno le parve buono, connesso con la sua romanzesca natura. E, come l'attore prova la scena che reciter, prepar il colloquio che doveva avere con la marchesa.
Il sole s'era alzato. I servitori giravano per la casa. Venne la cameriera con la cioccolata; Yvette le fece posare il vassoio sulla tavola e disse:
- Dite alla mamma che mi sento male, che rester a letto fino a quando quei signori saranno andati via, che stanotte non ho chiuso occhio, che prego di non essere disturbata perch voglio cercar di riposarmi.
La cameriera, sorpresa, guardava le vesti fradicie e buttate sul tappeto come stracci.
- La signorina  uscita? - chiese
- S, ho fatto una passeggiata sotto la pioggia, per rinfrescarmi.
La donna raccolse la gonnella, le calze, le scarpe fangose e se ne and portando su un braccio, con precauzione piena di disgusto, quei panni zuppi, come se fossero stati quelli d'un annegato.
Yvette aspett, certa che sua madre sarebbe venuta.
La marchesa entr, subito balzata dal letto alle prime parole della cameriera, essendo rimasta nel dubbio dopo quel grido di:Mamma! udito nell'ombra.
- Che cos'hai? - le chiese.
Yvette la guardo, balbett:
- Ho... ho...
Presa da un'improvvisa e tremenda commozione la giovane ansimava e pareva che soffocasse.
Stupita, la marchesa domand un'altra volta:
- Via, che cos'hai?
Allora, scordando i progetti e le frasi preparate, Yvette si nascose il viso tra le mani, balbettando:
- Oh! mamma, mamma!
La signora Obardi stava immobile davanti al letto, troppo agitata per capir bene, ma indovinando quasi tutto, con quel fine istinto che costituiva la sua forza.
Siccome Yvette non poteva parlare, strozzata dalle lacrime, sua madre, innervosita, sentendo avvicinarsi la temuta spiegazione, le chiese:
- Insomma, vuoi dirmi che ti piglia?
Yvette appena pot dire:
- Sta... stanotte ti ho visto... alla finestra...
Pallidissima la marchesa disse:
- E allora?
La figlia ripet, seguitando a singhiozzare:
- Oh, mamma! mamma!
Nella signora Obardi il timore e l'imbarazzo si stavano trasformando in collera; scroll le spalle e si volt per andarsene.
- Davvero credo che tu sia diventata pazza. Quando avrai finito me lo manderai a dire.
Ma la giovane disse, d'un tratto, levando dalle mani il viso grondante di lacrime:
- No! Stammi a sentire!... Devo parlarti... Mi devi promettere... Partiremo tutte e due, lontano, in qualche posto di campagna, vivremo come contadine, e nessuno sapr quello che sar stato di noi... Di', mamma, vuoi? ti prego, ti supplico, vuoi?
Sbalordita, la marchesa era restata in mezzo alla camera. Nelle sue vene scorreva sangue popolare, sangue irascibile. Una sorta di vergogna e di materno pudore si mischiavano ad un vago sentimento di paura ed alla collera della donna passionale che vede il suo amore minacciato; ella fremeva, pronta a chiedere perdono come a fare qualche violenza.
- Non ti capisco... - disse.
- Mamma, ti ho visto... - seguit Yvette. - Ti ho visto... stanotte. Non bisogna pi... se sapessi... partiremo tutte e due... ti vorr tanto bene che ti scorderai di tutto...
La signora Obardi disse con voce tremante:
- Stammi a sentire, figliola, ci sono cose che ancora non puoi capire... Non dimenticare... non dimenticare... che ti proibisco di parlare mai pi... di simili cose...
Allora la giovane, assumendo improvvisamente la parte del salvatore che s'era imposta, disse:
- No, mamma, non sono pi una bambina e ho il diritto di sapere. So che in casa nostra viene gente malfamata, avventurieri, so che per questo motivo nessuno ci considera; e so anche delle altre cose. Insomma... non bisogna pi: non voglio. Partiremo; venderai i gioielli; se sar necessario lavoreremo e vivremo come due donne oneste in qualche posto, molto lontano. E se trover da sposarmi, tanto meglio...
La madre la guardava coi suoi occhi neri pieni d'irritazione. Le rispose:
- Sei matta... Fammi il piacere di alzarti e di venir gi a mangiare insieme a tutti...
- No, mamma. C' una persona che non voglio pi rivedere, mi capisci? Voglio che se ne vada, o me ne andr io. Dovrai scegliere fra lui e me.
S'era messa a sedere sul letto, aveva alzato la voce, parlando come sul palcoscenico, finalmente entrata nel dramma che aveva sognato, quasi dimenticandosi il suo dolore per ricordarsi soltanto della sua missione.
Piena di stupore la marchesa ripet:
- Ma sei matta... - non sapendo che altro dire.
- No, mamma, quell'uomo se ne andr di casa, o me ne andr io; non ceder.
- E dove andrai? che farai?
- Non lo so; non importa... Voglio che siamo due donne oneste.
La ripetizione di quella parola:donne oneste suscit nella marchesa un furore di prostituta; ella grid:
- Stai zitta! Non ti permetto di parlarmi a questo modo! Io valgo quanto un'altra, capisci?  vero, sono una cortigiana, e ne sono orgogliosa; le donne oneste non valgono quanto me!...
Yvette la guardava atterrita; balbett:
- Oh, mamma!...
La marchesa s'era esaltata, eccitata:
- S, s! sono una cortigiana! E allora? Se non lo fossi, tu a quest'ora saresti una serva, come lo sono stata io, andresti a giornata per un franco e cinquanta, dovresti lavare i piatti e la tua padrona ti manderebbe dal macellaio e, sentimi bene, ti manderebbe via se tu perdessi tempo, mentre ora tu non fai nulla tutto il giorno proprio perch io sono una cortigiana. Ecco. Quando sei soltanto una serva, una povera ragazza con cinquanta franchi da parte, devi arrangiarti se non vuoi vivere sempre da morta di fame; e per le donne non c' da scegliere, capisci, quando fanno le serve! Noi non possiamo far soldi coi nostri stipendi o giocando in borsa: abbiamo soltanto il nostro corpo, il nostro corpo...
Si batteva il petto come il penitente che si stia confessando e, rossa ed esaltata, andava verso il letto:
- Quando sei una bella ragazza devi vivere con la tua bellezza, oppure patire la fame per tutta la vita... tutta la vita... Non c' scelta.
D'un tratto ritorn al primo argomento:
- Come se non lo facessero anche le donne oneste! Sono delle schifose, capisci, perch nessuno ce le obbliga. Loro hanno soldi, comodit e divertimenti, e si pigliano gli uomini per vizio. Sono loro che sono schifose...
Stava vicino al letto di Yvette, che aveva voglia di chiamare aiuto, di scappare, e piangeva forte come un bambino che sia stato castigato.
La marchesa tacque, guard la sua figliola, e vedendola fuor di s dalla disperazione si sent cos piena di dolore, di rimorsi, di compassione e d'affetto, che si butt sul letto spalancando le braccia e cominci a singhiozzare, balbettando:
- Piccina mia, piccina mia, se sapessi quanto mi dispiace...
E piansero tutte e due, a lungo.
Poi la marchesa, nella quale la disperazione non durava tanto, si tir su, piano piano, e disse sottovoce:
- Allora, che vuoi farci, cos stanno le cose, e io non ci posso far nulla. Bisogna pigliare la vita come viene.
Yvette seguitava a piangere. Il colpo per lei era stato troppo forte e troppo inaspettato, perch potesse pensare, e riaversi.
Sua madre continu:
- Via, alzati e vieni a mangiare, cos nessuno si accorger di nulla.
La ragazza faceva segno di no col capo, non riuscendo a parlare; finalmente pot dire con voce lenta, colma di singhiozzi:
- No, mamma, hai sentito quel che ti ho detto; non cambier idea. Non uscir di camera prima che se ne siano andati. Non voglio pi vedere gente di quella razza, mai, mai pi. Se tornano, allora... non mi vedrai pi...
La marchesa s'era asciugata gli occhi, e stanca di tante commozioni mormor:
- Via, pensaci, non far la bambina...
E, dopo un momento di riflessione:
- Va bene, sar meglio che per stamattina ti riposi. Ti verr a trovare dopopranzo.
La baci sulla fronte e usc per andarsi a vestire, gi calma.
Appena sua madre fu uscita Yvette si alz, and a mettere il chiavistello per restarsene veramente sola, e poi cominci a pensare.
Verso le undici la cameriera buss e chiese attraverso l'uscio:
- La signora marchesa fa chiedere alla signorina se ha bisogno di nulla, e quel che vuole per desinare.
- Non ho fame, - rispose Yvette. - E prego di non essere disturbata.
Rimase a letto come se fosse stata malata per davvero.
Verso le tre sent bussare di nuovo.
- Chi ? - chiese lei.
Rispose la voce di sua madre:
- Sono io, piccina, vengo a vedere come stai.
Yvette esit. Che fare? Apr, e torn a letto.
La marchesa s'avvicin, e parlando sottovoce come se fosse stata vicino ad una convalescente, disse:
- Allora, stai meglio? Non vuoi mangiare nemmeno un uovo?
- No, grazie, non voglio nulla.
La signora Obardi si sedette accanto al letto. Stettero cos, senza dir nulla, finch la marchesa, nel vedere che la sua figliola seguitava a stare immobile, con le mani inerti stese sulle lenzuola, le chiese:
- Non ti alzi?
Yvette rispose:
- S, mamma, subito.
Ed aggiunse con tono serio, parlando lentamente:
- Ho pensato a lungo, mamma, e ho deciso. Stammi a sentire: il passato  passato, quindi lasciamo andare. Ma l'avvenire dovr essere diverso, altrimenti so gi quello che dovr fare. E non parliamone pi.
La marchesa cominci a spazientirsi, perch credeva che la spiegazione dovesse essere finita. Era troppo. Quella stupidona della sua figliola certe cose avrebbe dovuto saperle gi da tempo. Pure, non rispose nulla, e ripet:
- Sicch, ti alzi?
- S, sono pronta.
La mamma le fece da cameriera, le porse calze, busto, gonnelle; poi l'abbracci:
- Non vuoi fare un giretto, prima di cena?
- S, volentieri, mamma.
Andarono a fare una passeggiata lungo la riva, parlando poco, e di nonnulla.

IV

Il giorno dopo, di mattinata, Yvette se n'and sola soletta a sedersi nel luogo dove Servigny le aveva letto la storia delle formiche.
Non me ne andr di qui, - aveva detto tra s, - finch non avr preso una decisione.
Ai suoi piedi l'acqua, la snella acqua del braccio vivo, scorreva, piena di mulinelli, di grandi bolle che si succedevano in silenziosa fuga, tra profondi volteggi.
Gi ella aveva considerato tutti gli aspetti della situazione, tutti i modi d'uscirne.
Che avrebbe fatto se la mamma non avesse osservato scrupolosamente le condizioni che le aveva imposto, se non avesse rinunciato alla sua vita, al suo mondo, a tutto, per andare a nascondersi con lei in un paese lontano?
Sarebbe potuta andar sola... scappare; ma dove, come, di che avrebbe vissuto?
Lavorare? In che cosa? Ed a chi rivolgersi per trovare lavoro? La vita umile e triste delle operaie, delle ragazze del popolo, le pareva vergognosa, indegna di lei. Pens di diventare istitutrice, come accade nei romanzi, ed essere amata e sposata dal padroncino. Ma era necessario che lei fosse di gran buona razza, per poter dire, quando il padre furente le rimproverasse di avergli tolto l'amore del suo figliolo, per poter dire con voce fiera:
- Mi chiamo Yvette Obardi.
Non poteva farlo. Inoltre sarebbe stato un mezzo comune, logoro.
Il convento non era migliore; e lei non si sentiva nessuna vocazione per la vita religiosa; la sua piet era intermittente e passeggera. Nessuno avrebbe potuto salvarla, sposandola, nella sua situazione. Non avrebbe potuto accettare alcun aiuto da un uomo; non c'era via d'uscita, nessun rimedio definitivo!
Lei voleva qualcosa di energico, che fosse davvero grande, forte, che potesse servire d'esempio; sicch decise di morire.
Decise tutto d'un tratto, con tranquillit, come se si fosse trattato d'un viaggio; senza pensarci, senza vedere la morte e capire che essa  la fine senza ricominciamento, la partenza senza ritorno, l'eterno addio alla terra e alla vita.
Si trov immediatamente disposta all'estrema decisione, con la leggerezza delle anime giovani ed esaltate.
Pens ai mezzi da usare; ma tutti le parvero di esecuzione difficile e rischiosa, ed in pi richiedevano un'azione violenta che le ripugnava.
Scart subito il pugnale e la pistola, che possono soltanto ferire, storpiare o sfigurare ed esigono una mano pratica e ferma; la corda che  troppo comune, il suicidio dei poveri, ridicolo e brutto; l'acqua perch sapeva nuotare. Restava il veleno: ma quale? Quasi tutti fanno soffrire, provocano il vomito; e lei non voleva n soffrire n vomitare. Pens al cloroformio, ricordandosi d'avere letto nella cronaca dei giornali come aveva fatto una ragazza ad asfissiarsi con esso.
Subito si sent fiera della decisione, prov un intimo orgoglio, una sensazione di fierezza. Avrebbero visto che cos'era lei, e quanto valeva.
Torn a Bougival, and dal farmacista, e gli chiese un po' di cloroformio perch le faceva male un dente. Il farmacista la conosceva, e gliene diede una boccettina.
Poi and a piedi a Croissy, e ivi si procur un'altra boccettina del veleno. Ne ebbe un'altra a Chatou, una quarta a Rueil, e torn a casa per il desinare, in ritardo.
Dopo quella camminata aveva parecchia fame, e mangi molto, col piacere di chi  stato stimolato dall'esercizio.
Sua madre, felice di vederla cos affamata, si tranquillizz; mentre si alzavano da tavola le disse:
- I nostri amici verranno qui, domenica. Ho invitato il principe, il cavaliere e il signor di Belvigne.
Yvette impallid ma non rispose. Quasi subito usc, and alla stazione e prese un biglietto per Parigi.
Stette tutto il pomeriggio a girare da una farmacia all'altra, comprando in ciascuna qualche goccia di cloroformio.
La sera torn a casa con le tasche piene di boccettine.
Il giorno dopo ricominci la manovra, ed essendo entrata casualmente da un droghiere, pot avere, tutto in una volta, un quarto di litro.
Il sabato non usc. Era una giornata nuvolosa e tiepida che ella trascorse tutta sulla terrazza, adagiata su una poltrona di vimini.
Non pensava a nulla, decisa e tranquilla.
Il giorno dopo indoss un vestito azzurro che le stava benissimo: voleva essere bella.
Guardandosi nello specchio, disse improvvisamente fra s:Domani sar morta. Sent uno strano brivido attraversarle il corpo: morta! Non parler pi, non penser pi, nessuno mi vedr pi. E anch'io non vedr pi nulla!
Si guardava il viso con attenzione, come se non l'avesse mai visto, scrutando specialmente gli occhi, scoprendo mille particolari nuovi, un carattere segreto nella fisionomia, di cui non s'era accorta, ed era stupita di vedersi, come se si trovasse di faccia a una persona estranea, una nuova amica.
Diceva fra s:
Sono io, s, sono proprio io in questo specchio. Com' strano guardarsi... Senza lo specchio non potremmo conoscerci. Tutti gli altri sarebbero come noi, ma noi non lo saremmo....
Si prese le lunghe trecce, facendosele scorrere sul petto, e con la coda dell'occhio seguiva i suoi gesti, le sue pose, i suoi movimenti.
Come son bella!, pensava. E domani sar morta, l, su quel letto...
Guard il letto e le parve di vedercisi stesa, bianca come le lenzuola.
Morta. Tra otto giorni questo viso, questi occhi, queste gote saranno un nero marciume, rinchiusi in una cassa, in mezzo alla terra. 
Si sent stringere il cuore da una tremenda angoscia.
Il sole limpido pioveva sulla campagna, la dolce aria mattutina entrava dalla finestra.
Si sedette pensando sempre a questo:Morta.... Era come se il mondo stesse per scomparire; invece no: non sarebbe cambiato nulla nel mondo, nemmeno in quella camera. S, perch la sua camera sarebbe restata uguale, con quel letto, quelle seggiole, quella toletta; e lei sarebbe partita per sempre, e nessuno sarebbe triste. Forse, sua madre...
Avrebbero detto:Quant'era bella, povera Yvette!; e basta. Si guard ancora la mano appoggiata al bracciolo della poltrona, e pens nuovamente alla putrefazione, al brulichio nero e fetente che sarebbe diventata la sua carne. Prov un altro brivido di orrore, e non riusciva a capire bene come fosse possibile che lei sparisse, e non sparisse insieme anche la terra: tanto si sentiva parte di tutto, della campagna, dell'aria, del sole, della vita.
Sent uno scoppio di risa venire dal giardino, un rumor di voci, richiami, l'allegria vivace della scampagnata all'inizio; riconobbe la voce sonora del signor di Belvigne, che cantava:
Affacciati alla finestra, amore mio;
son qui che attendo, pieno di desio.
Soprappensiero ella si alz e si affacci. Tutti applaudirono. C'erano tutti e cinque, e altri due signori che lei non conosceva.
Si tir indietro di scatto, ferita dal pensiero che tutti quegli uomini venivano a divertirsi con sua madre, una cortigiana.
La campanella suon per il desinare.
Gli far vedere come si muore, pens la giovane.
E scese con passo fermo, con un po' della decisione che dovevano avere i martiri cristiani allorch entravano nel circo dove li aspettavano i leoni.
Strinse la mano a tutti, sorridendo affabilmente, ma con una certa alterezza.
- Siete meno musona, oggi, signorina? - le chiese Servigny.
- Oggi voglio fare pazzie, - gli rispose con tono severo e strano: - sono del mio umore di Parigi; state attento.
E, voltandosi verso Belvigne:
- Voi sarete il mio patito, caro Malvasia. Dopo mangiato vi porto tutti alla festa di Marly.
Difatti a Marly c'era festa. Le furono presentati i due nuovi, il conte di Tamine ed il marchese di Briquetot.
A tavola ella quasi non parl, radunando la sua volont per l'allegria del pomeriggio, perch nessuno potesse capire, perch nessuno si stupisse prima del tempo, perch dopo potessero dire: - Chi l'avrebbe immaginato? Pareva tanto felice, e contenta... Che succede mai in quelle testoline...
Si sforzava di non pensare alla sera, all'ora stabilita, allorch tutti sarebbero stati sulla terrazza.
Bevve pi vino che pot per eccitarsi, e due bicchierini di cognac; alzandosi da tavola era tutta rossa, la testa le girava un poco, le pareva d'avere caldo nel corpo e nel cervello, ed era risoluta, decisa a tutto.
- Avanti, andiamo! - grid.
A braccetto con Belvigne regol il passo degli altri.
- Allora, voi sarete il mio battaglione! Servigny, siete nominato sergente; resterete fuori delle file, a destra, e farete marciare davanti a tutti la guardia straniera, i due Esotici, il principe e il cavaliere, e, dietro, le due nuove reclute che sono venute oggi sotto le armi. Avanti!
S'incamminarono. Servigny imitava la tromba, e i due nuovi fingevano di suonare il tamburo. Belvigne, confuso, disse sottovoce:
- Signorina Yvette, siate buona, vi comprometterete...
- Casomai io comprometter voi, caro Uvasecca. Per quel che mi riguarda non me ne importa un fico. Domani non sar pi nulla. Peggio per voi, che siete voluto venir fuori con una ragazzaccia come me...
Attraversarono Bougival, tra lo stupore dei passanti. Tutti si voltavano; la gente s'affacciava sugli usci; i viaggiatori del trenino che va da Rueil a Marly fecero l'abbaione; gli uomini, ritti sulle piattaforme, gridavano:
- Nell'acqua! nell'acqua!
Yvette andava con passo militaresco, reggendo per il braccio Belvigne, come se fosse un suo prigioniero. Non rideva, il suo viso era pallido e serio, sinistramente immobile. Di tanto in tanto Servigny smetteva di fare il verso della tromba per lanciare dei comandi; il principe ed il cavaliere si divertivano molto e ritenevano che fosse una cosa di gusto ed originale. I due giovanotti suonavano ininterrottamente il tamburo.
Arrivarono sul luogo della festa, scatenando un parapiglia. Delle ragazze applaudirono, dei giovanotti sghignazzarono; un omaccione, che portava la moglie a spasso, disse con voce piena d'invidia:
- Quella l  gente che non s'annoia...
Yvette vide una giostra coi cavalli di legno e costrinse Belvigne a montare accanto a lei, mentre il resto della truppa balzava sulle bestie volteggianti. Quando il giro fu finito ella rifiut di scendere costringendo la sua scorta a restare per altri cinque giri, con gran divertimento del pubblico che li pigliava in giro. Quando scesero, Belvigne, livido, aveva la nausea.
Poi cominciarono a girare in mezzo ai baracconi. Yvette obblig i suoi uomini a pesarsi, in mezzo a un crocchio di spettatori; li costrinse a comprare dei ridicoli giocattoli, e a portarli. Il principe e il cavaliere cominciarono a pensare che lo scherzo andasse troppo oltre; invece Servigny e i due tamburini seguitavano imperterriti.
Finalmente arrivarono in fondo al paese. Allora Yvette lanci ai suoi seguaci un'occhiata sorniona e cattiva; le era venuto uno strano capriccio e li fece allineare sulla sponda destra, che domina il fiume.
- Chi mi vuole pi bene si butti nell'acqua, - disse.
Nessuno si mosse. Dietro a loro s'era addensato un gruppetto di persone; alcune donne, col grembiule bianco, li guardavano stupite; due marmittoni in pantaloni rossi ridevano come scemi.
- Allora, - ripet Yvette; - non c' nessuno tra voi che sia capace di buttarsi nell'acqua perch io lo voglio?
Servigny mormor:
- Dopotutto...
E, ritto, si butt nell'acqua.
Gli schizzi arrivarono fino ai piedi di Yvette. Un mormorio di stupore e di allegria si lev dalla folla.
La giovane raccatt un pezzetto di legno e lo butt nell'acqua gridando:
- Portamelo indietro!
Servigny si lanci a nuoto, prese con la bocca, come un cane, il legno galleggiante, torn indietro, risal la sponda e mise un ginocchio in terra per presentarlo a Yvette.
- Bravo! - gli disse ella prendendo il legno; e gli carezz amichevolmente i capelli.
Una donnona, indignata, esclam:
- Ma guarda che roba!
Un altro disse:
- Che razza di divertimenti...
Un uomo disse:
- Io, certo, non mi sarei bagnato per una ragazza.
Yvette riprese il braccio di Belvigne, gridando con violenza a costui:
- Siete un buonannulla, caro mio; non sapete quel che avete perso.
Tornarono indietro. La ragazza guardava i passanti con aria irritata:
- Mi paiono tutti scemi, - disse.
E, levando gli occhi sul viso del suo compagno:
- Anche voi, del resto, - aggiunse.
Belvigne s'inchin. Volgendosi, la giovane s'accorse che il principe e il cavaliere erano spariti. Servigny, serio e gocciolante, non suonava pi la tromba e camminava tristemente accanto ai due giovanotti i quali, stanchi, avevano smesso di fare il rullio del tamburo.
Yvette rise seccamente:
- Vi siete stancati, eh? Eppure, non  divertimento, questo? Siete venuti apposta, e io ve ne ho dato per quanto avete pagato.
Seguit a camminare senza aggiungere altro, quando d'un tratto Belvigne s'accorse che ella piangeva. Spaventato, le chiese:
- Che cosa avete?
- Lasciatemi stare, - mormor lei, - non vi riguarda...
Ma Belvigne insisteva, scioccamente:
- Via, signorina, ditemi quello che avete... Vi siete dispiaciuta di qualcosa?
Yvette ripet, spazientita:
- State zitto!
E, non resistendo alla disperata tristezza che le soffocava il cuore, scoppi in singhiozzi talmente violenti che non riusciva pi a camminare.
S'era coperta il viso con le mani e ansimava, rantolava, spasimante, sommersa dalla violenza della disperazione.
Belvigne rest impalato accanto a lei, capace soltanto di ripetere:
- Non capisco...
Servigny s'intromise bruscamente:
- Andiamo, signorina, torniamo a casa; non sta bene che vi vedano piangere per la strada. Perch fate di queste sciocchezze, se poi vi rattristano?
La prese per il braccio, facendola camminare. Ma, appena furono davanti al cancello della villa, Yvette spicc la corsa, attravers il giardino, sal la scala e and a rinchiudersi in camera.
Riapparve all'ora di cena, pallidissima, serissima. Invece tutti gli altri erano allegri. Servigny aveva comprato in paese dei vestiti da operaio, pantaloni di velluto, una camicia a fiori, una maglia, un camiciotto, e parlava come la gente del popolo.
Yvette aveva fretta che finisse, sentiva che le stava per mancare il coraggio. Subito dopo il caff risal in camera sua.
Udiva le voci allegre, sotto la finestra. Il cavaliere stava dicendo spiritosaggini un po' spinte, faceva giochi di parole grossolani e goffi, da straniero che conosce poco bene la lingua.
In preda alla disperazione Yvette stette ad ascoltare. Servigny, brillo, imitava l'operaio beone, e chiamava padrona la marchesa; a un certo punto disse a Saval:
- Oh! padrone!...
Tutti scoppiarono a ridere.
Allora Yvette si decise. Prese un foglio della sua carta da lettere e scrisse:
Bougival, domenica, ore 21.
Muoio, per non dover diventare una mantenuta.
Yvette.
E, a mo' di post scriptum:
Addio, cara mamma: perdono.
Chiuse la busta, la indirizz alla signora marchesa Obardi.
Poi trascin la poltrona a sdraio vicino alla finestra, colloc un tavolinetto a portata di mano e ci mise sopra il boccione del cloroformio e alcuni batuffoli di ovatta.
Un immenso rosaio carico di fiori saliva dalla terrazza fino alla finestra: esalava nella notte il suo profumo dolce e leggero che entrava nella camera a ondate. Yvette lo aspir per alcuni istanti. Nel cielo nero navigava la falce della luna, attraversata da veli di vapore.
Yvette pensava:Sto per morire! sto per morire!. E si sentiva mancare, col petto gonfio di singhiozzi, schiacciato dall'ambascia. Provava il bisogno di raccomandarsi a qualcuno, di essere salvata, amata.
Si ud la voce di Servigny; raccontava una storiella licenziosa, interrotta continuamente da scrosci di risa. Il riso della marchesa spiccava sugli altri; ed ella diceva:
- Ah, certe cose le sapete dire soltanto voi... ah! ah! ah!
Yvette stapp la bottiglia e vers un po' del liquido sul cotone. Un odore zuccherino, forte e strano, si sparse; e nell'avvicinarsi alle labbra l'ovatta ella aspir quell'effluvio forte e irritante che la fece tossire.
Chiudendo la bocca, cominci ad aspirare, a bere a lunghe sorsate il vapore mortale, chiudendo gli occhi, cercando di non pensare, di ignorare.
Sul principio le parve che il petto le si allargasse, s'ingrandisse, che la sua anima fino a quel momento pesante e carica di dolore, divenisse leggera, sempre pi leggera, quasi che il peso che l'opprimeva si fosse alzato, alleviato, fosse volato via.
Sentiva che qualcosa di vivo e di piacevole le penetrava le membra, fino alle estremit, le riempiva la carne, come una vaga ebbrezza, una dolce febbre.
S'accorse che il cotone era asciutto, stupita di non essere ancora morta; le pareva che i suoi sensi fossero pi acuti, sottili, svegli.
Udiva tutte le parole che venivan dette sulla terrazza. Il principe Kravalov stava raccontando in qual modo aveva ucciso in duello un generale austriaco.
E molto lontano, nella campagna, ascoltava i rumori notturni: l'abbaiare intermittente di un cane, il corto verso dei rospi l'impercettibile fremito delle foglie.
Riprese la bottiglia, inzupp ancora il batuffolo di ovatta, ed aspir. Durante alcuni istanti, non sent pi nulla; poi il lento e incantevole benessere, che gi l'aveva posseduta, la riprese.
Per due volte vers il cloroformio nel cotone, avida della sensazione fisica, della sensazione morale, del sognante torpore nel quale la sua anima si perdeva. Le pareva di non avere pi ossa, carne, gambe, braccia. Pian piano le avevano tolto tutto, senza che lei se ne accorgesse. Il cloroformio le aveva svuotato tutto il corpo, lasciandole il pensiero pi sveglio, pi vivo, pi vasto e pi libero di come lei avesse mai provato.
Si ricordava tante cose dimenticate, particolari dell'infanzia, piacevoli nonnulla. La sua mente, improvvisamente dotata d'una sconosciuta agilit, balzava dall'una all'altra tra le pi diverse idee, correva per mille avventure, vagabondava nel passato e si sperdeva negli eventi sperati dell'avvenire. E il pensiero, attivo e noncurante al tempo stesso, aveva come un fascino sensuale, ed ella, fantasticando a quel modo, provava un piacere divino.
Seguitava ad udire le voci ma non distingueva pi le parole che prendevano altri significati, facendola penetrare e sperdere in un incantamento strano e vario.
Era su una gran nave che correva lungo una bella regione fiorita. Sulla riva c'erano delle persone, che parlavano a voce alta; e lei d'un tratto si trovava a terra, senza sapere come: Servigny, vestito da principe, veniva a prenderla per portarla a vedere una lotta di tori.
Le strade eran piene di gente che chiacchierava, e lei ascoltava senza stupirsi le conversazioni, quasi che conoscesse quella gente; difatti attraverso l'ebbrezza ella udiva ancora le risate e le voci degli amici di sua madre, sulla terrazza.
Tutto si fece vago.
Poi ella si dest, in un torpore delizioso, e si ricord con una certa fatica.
Dunque non era ancora morta.
Ma ora si sentiva cos riposata, godeva di un tale benessere fisico e una tale dolcezza della mente, che non aveva alcuna fretta di finire, ed avrebbe voluto che quel delizioso assopimento durasse per sempre.
Respirava con lentezza e contemplava la luna, in mezzo agli alberi, di fronte a lei. Era mutato qualcosa nella sua mente; non pensava pi come prima: il cloroformio le aveva ammorbidito corpo e anima, aveva placato il suo dolore, e addormentato la sua volont di morire.
Perch non doveva vivere? Perch non doveva essere amata? Perch non doveva trascorrere una vita felice? Ora tutto questo le appariva possibile, facile e sicuro; nella vita tutto era dolce, buono, piacevole. Voleva seguitare a sognare, sicch vers dell'altra acqua di sogno sul cotone e ne aspir l'effluvio, allontanando di tanto in tanto il veleno dalle narici per non assorbirne troppo, per non morire.
Guardava la luna e ci vedeva dentro un viso di donna. Ricominci a percorrere le strade dell'ebbrezza dell'oppio, popolate d'immagini. Quel viso si dondolava nel cielo, poi si metteva a cantare, con una voce nota, l'Alleluia d'amore.
Era la marchesa, che s'era messa al pianoforte.
Ora Yvette aveva le ali. Stava volando nella notte, limpida e bella, sopra boschi e fiumi. Volava con volutt, spalancando le ali, trasportata dal vento come da una carezza. Scivolava nell'aria che le baciava la pelle e andava tanto svelta che non poteva pi nemmeno vedere quel che c'era di sotto, ed era seduta sulla riva d'uno stagno, e stava pescando, con la lenza in mano.
Qualcosa tirava il filo, e traendolo dall'acqua ecco una magnifica collana di perle che tempo prima aveva desiderato. Non se ne stupiva e guardava Servigny, apparsole accanto senza che sapesse come, anche lui con la canna in mano, mentre tirava fuori dal fiume un cavallo di legno.
Ebbe nuovamente la sensazione di svegliarsi e sent che di sotto la chiamavano.
Sua madre aveva detto:
- Spengi la candela.
Chiara e buffa si lev la voce di Servigny:
- Signorina Yvette, volete spengere la candela?
E tutti intonarono in coro.
- Signorina Yvette, volete spengere la candela?
Vers dell'altro cloroformio sul cotone, ma siccome non voleva morire lo tenne abbastanza lontano dal viso, abbastanza da poter respirare l'aria fresca della notte, mentre l'odore asfissiante del narcotico si spargeva per tutta la camera; aveva capito che stavano per salire: si mise in una posa abbandonata, da moribonda, ed aspett.
La marchesa diceva:
- Sono un po' impensierita. Quella sciocchina s' addormentata lasciando il lume sulla tavola. Mander Clementina a spengerlo e a chiudere la finestra del balcone che  rimasta spalancata.
Un momento dopo la cameriera bussava alla porta chiamando:
- Signorina! signorina!
Dopo una pausa seguit:
- Signorina, la marchesa vi prega di spengere la candela e di chiudere la finestra.
Aspett un altro po' e buss con pi forza, gridando:
- Signorina! signorina!
Yvette non rispondeva, e la domestica torn gi e disse alla marchesa:
- La signorina dev'essersi addormentata, perch la porta  chiusa col chiavistello, e non sono riuscita a svegliarla.
- Ma non possiamo lasciarla cos... - mormor la marchesa.
Dietro il consiglio di Servigny tutti si riunirono sotto la finestra della giovane ed urlarono in coro:
- Oh! Oh! Oh! signorina Yvette!
Il clamore s'innalz nella notte tranquilla, vol sotto la luna nell'aria limpida, si sparse sul paese addormentato; e lo sentirono svanire, simile al rumore d'un treno che s'allontana.
Yvette non rispondeva; la marchesa disse:
- Speriamo che non le sia successo nulla; ora sono impaurita per davvero...
Servigny colse, dal grosso rosaio che cresceva sul muro, le rose rosse e i boccioli non ancora dischiusi, e cominci a lanciarli nella camera attraverso la finestra.
Al primo fiore che giunse, Yvette ebbe un soprassalto e fu sul punto di gridare. Poi ne vennero altri, che le caddero sull'abito, sui capelli, oppure oltre la testa, a coprire il letto.
La marchesa grid di nuovo, con voce strozzata:
- Yvette, cara Yvette, rispondi.
Servigny disse:
-  davvero strano... voglio arrampicarmi sul balcone.
Il cavaliere s'indign:
- Ah, no... sarebbe una parzialit... Protesto,  un sistema troppo buono, e un momento troppo buono, per un appuntamento.
Gli altri, credendo a uno scherzo della ragazza, esclamarono:
- Protestiamo!  un trucco, preparato in anticipo. Non deve salire
La marchesa, turbata, diceva:
- Bisogna andare a vedere
Il principe disse, facendo un gesto drammatico:
- Anche lei favorisce il duca: siamo traditi.
- Giochiamo a testa e croce chi dovr salire, - disse il cavaliere.
Trasse di tasca una moneta d'oro da cento franchi e si rivolse al principe:
- Croce, - disse.
Venne testa.
A sua volta il principe lanci la moneta, dicendo a Saval:
- Scegliete, signore.
Saval disse:
- Testa.
Venne croce.
Il principe fece la stessa domanda a tutti gli altri, e tutti persero.
Era restato solo Servigny, il quale disse con la sua solita insolenza:
- Ah, ah: qui s'imbroglia
- Lanciatela voi stesso, caro duca.
Servigny prese la moneta e la butt in aria gridando:
- Testa!
Venne croce.
Servigny s'inchin, e indicando con la mano la balaustra, disse:
- A voi, caro principe.
Questi si guardava attorno inquieto.
- Che cercate? - gli chiese il cavaliere.
- Mah... mi pare... che... una scala.
Scoppi una gran risata. Saval venne avanti, dicendo:
- Vi aiuteremo noi.
Lo sollev tra le sue braccia erculee.
- Afferratevi al balcone.
Il principe obbed, Saval lo lasci e quello rimase sospeso, agitando i piedi nel vuoto. Servigny prese quelle gambe spaventate che cercavano un punto d'appoggio e tir con tutte le sue forze. Le mani del principe lasciarono la presa ed egli cadde come un masso sulla pancia di Belvigne che s'era fatto avanti per sostenerlo.
- Sotto a chi tocca! - disse Servigny.
Nessuno si present.
- Via, Belvigne, un po' di coraggio.
- No, grazie, ci tengo alla pelle.
- Avanti, cavaliere; dovreste essere abituato alle scalate.
- Vi lascio il posto, caro duca.
- Hm, hm... nemmeno io ci tengo tanto...
Servigny scrutava la balaustra. Spicc un salto, poggi le mani sul balcone e a forza di pugno si tir su, si dondol come un ginnasta e super la balaustra.
Gli altri, col naso per aria, applaudivano. Ma subito Servigny ricomparve.
- Correte, correte! Yvette  svenuta!
Urlando la marchesa si slanci per la scala.
La ragazza, sdraiata, con gli occhi chiusi, faceva la morta. La madre entr, sgomenta, e le si butt addosso.
- Che cos'ha, che cos'ha, ditemi!...
Servigny raccolse dal pavimento la bottiglia del cloroformio. - S' asfissiata, - disse.
Poggi l'orecchio sul seno della giovane, e aggiunse:
- Ma non  morta; la faremo tornare in s. Avete un po' d'ammoniaca?
La cameriera, tutta confusa, ripeteva:
- Che cosa? che cosa?
- Acqua antisterica...
- Sissignore.
- Portatemela subito, e lasciate la porta aperta per fare un po' di corrente.
La marchesa, in ginocchio, singhiozzava:
- Yvette, Yvette, figlia mia, figliolina mia, stammi a sentire, rispondimi, Yvette! Oh Dio, oh Dio, che cosa le  successo?
Gli uomini spaventati si muovevano inutilmente, portando acqua, asciugamani, bicchieri, aceto.
Uno disse: - Bisogna spogliarla!
La marchesa, fuor di s, cerc di spogliare la figlia, ma non aveva il controllo dei suoi gesti. Le tremavano le mani, si confondeva, gemeva: - Non posso, non posso...
La cameriera era tornata con una bottiglia; Servigny subito la stapp e ne vers met del contenuto su un fazzoletto. Poi lo mise sotto il naso di Yvette, che parve soffocare.
- Meno male, respira, - disse Servigny. - Non  nulla.
Le lav le tempie, le gote e il collo con quel liquido dal forte odore. Poi fece segno alla cameriera di slacciare la giovane, e quando costei fu rimasta in gonnella e camicia, la sollev tra le braccia e la port sul letto, fremendo, turbato dall'odore di quel corpo quasi nudo, dal contatto di quelle carni, dal madore dei seni appena appena coperti, che cedevano sotto le sue labbra.
Appena Yvette fu a letto, egli si rialz, pallidissimo.
- Ora rinviene, - disse, non  nulla.
Aveva sentito il suo respiro, continuo e regolare. Nel vedere tutti quegli uomini che stavano con gli occhi fissi su Yvette stesa sul letto, egli trasal, in preda ad una irritazione gelosa, e andando verso di loro disse:
- Signori, siamo troppi in questa camera; lasciateci soli, il signor Saval ed io, insieme alla marchesa.
Parlava con tono asciutto e autorevole. Gli altri se ne andarono subito.
La signora Obardi afferr il suo amante, lo strinse e, col capo levato verso di lui, gli grid:
- Salvatela, salvatela!
Nel voltarsi, Servigny vide una lettera sulla tavola. La prese, con mossa rapida, ne lesse l'indirizzo. Cap, e pens:Forse la marchesa non dovrebbe vederla. Apr la busta e scorse le poche righe che conteneva:
Muoio, per non dover diventare un mantenuta.
Yvette.
Addio, cara mamma: perdono.
Caspita, - pens; -  un affar serio.
E si nascose in tasca la lettera.
Si riavvicin al letto e gli venne in mente che forse la ragazza s'era riavuta, ma non aveva il coraggio di farlo vedere, per vergogna, per umiliazione, per timore delle domande.
La marchesa s'era inginocchiata e piangeva, con la testa poggiata sul piede del letto. Disse d'un tratto:
- Un dottore! Bisogna chiamare un dottore!
Servigny, dopo avere parlottato con Saval, le disse:
- No, non ce n' bisogno. Uscite un momento, un momento solo, e vi prometto che quando tornerete Yvette vi abbraccer.
Il barone prese per il braccio la signora Obardi e la trascin fuori.
Servigny si sedette accanto al letto, prese la mano della fanciulla, e sussurr:
- Signorina, statemi a sentire...
Lei non rispose. Si sentiva cos bene, sdraiata cos comodamente e dolcemente che non si sarebbe voluta pi muovere, n parlare, e avrebbe desiderato passare la vita in quel modo. Godeva d'un infinito benessere, che mai aveva provato l'uguale.
La tiepida aria notturna entrava a soffi leggeri e vellutati e le sfiorava squisitamente e impercettibilmente il viso. Era una carezza, un bacio del vento, il respiro lento e fresco d'un ventaglio fabbricato con le foglie dei boschi e le ombre della notte, con la nebbia dei fiumi e con tutti i fiori, poich le rose lanciate sul suo letto e quelle che s'arrampicavano sul balcone mischiavano il loro languido olezzo al sano aroma della brezza notturna.
Yvette beveva quell'aria cos buona, a occhi chiusi, tranquilla nell'ebbrezza dell'oppio, ancora persistente; non aveva pi voglia di morire, ma una voglia forte ed imperiosa di vivere, di essere felice, in qualunque modo, di essere amata, s, amata.
Servigny ripet:
- Signorina Yvette, statemi a sentire...
Allora lei si decise ad aprire gli occhi. Servigny, vedendola riprendersi, disse:
- Andiamo, andiamo: che sono mai queste sciocchezze?
- Povero Muschietto, - mormor lei, - soffrivo tanto...
Servigny le strinse paternamente la mano:
- E un bel risultato avreste avuto, bello davvero! Promettetemi di non ricominciare.
Yvette non rispose, ma fece una mossetta col capo, accentuata da un sorriso che si sentiva pi che vedersi.
Servigny trasse di tasca la lettera che aveva trovato sulla tavola.
- Devo farla vedere a vostra madre?
Yvette fece segno di no col capo.
Servigny non sapeva pi che dire, gli pareva che non ci fosse via d'uscita. Infine mormor:
- Cara bambina, bisogna sapersi adattare alle situazioni pi difficili. Capisco il vostro dolore, e vi prometto...
- Siete buono... - balbett Yvette.
Tacquero. Servigny fissava la giovane. Negli occhi di lei c'era come qualcosa di tenero, di languido; d'un tratto ella sollev le braccia come se avesse voluto attirarlo a s. Servigny si chin, sentendo che lo chiamava; le loro labbra si unirono.
Restarono cos a lungo, con gli occhi chiusi. Servigny si rese conto che stava per perdere il controllo, e si rialz. La giovane gli sorrideva con vero affetto; con le mani sulle spalle di lui, lo tratteneva.
- Vado a cercare vostra madre, - disse lui.
- Un momento ancora, - disse Yvette: - sto cos bene...
Dopo una pausa di silenzio, ella disse sottovoce, tanto che lui pot capire a malapena.
- Mi vorrete bene?
Servigny s'inginocchi accanto al letto e, baciandole la mano che aveva trattenuto fra le sue:
- Vi adoro, - disse.
Si sentivano dei passi vicino, verso la porta. Servigny balz in piedi ed esclam con la sua voce solita, che pareva sempre un po' ironica:
- Ora potete entrare.  fatto.
La marchesa si slanci sulla figlia con le braccia spalancate e la strinse freneticamente bagnandole il viso di lacrime. Servigny, con l'anima in estasi, i sensi eccitati, usc sul balcone per respirare la freschissima aria notturna, fischiettando:
La donna  mobile
qual piuma al vento...

Guy de Maupassant
