James Glob
Afrika
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L'aria calda, gonfia d'umidità, mi riempie i polmoni. È densa e pesante. È come ingoiare acqua sapendo di affogare.
Intorno è il buio. Nero come la notte più nera. Come la prima notte del mondo, ancora orfana dell'alba. Mi accorgo che cielo e terra non hanno ancora divorziato e se ne stanno laggiù, distesi su un letto erboso in un abbraccio così sensuale che distolgo lo sguardo temendo di essere indiscreto.
Nel torace, vibrazioni ritmiche e costanti come insistenti note di basso. So cosa significano.
Faccio scorrere la lampo del mio sacco a pelo e sguscio fuori. Calzoncini e T-Shirt. Ai piedi nudi regalo qualche altra ora di libertà. Niente scarpe finché ne posso fare a meno.
Il campo è immerso nel sonno. Serenata di grilli a scandirne il respiro regolare. Un'ombra accartocciata accanto a colori di brace in agonia, sembra scrutarmi.
Mi avvicino facendo scricchiolare erba secca e ramoscelli scheletrici.
"Baba, che fai ancora alzato, non dovresti riposare almeno un po'?" Domando a bassa voce, accosciandomi vicino a lui. Lo guardo e viaggio per le mille strade sottili che segnano il suo volto come una dettagliata carta stradale. Ha la vita disegnata in faccia, sotto gli occhi, intorno alla bocca, al centro della fronte. Pelle di daino lasciata a seccare sotto il sole africano.
Lui non mi risponde. Non a parole almeno. Poi si alza e porta un dito alle labbra chiedendomi il silenzio. Ogni fibra è in tensione, i muscoli guizzano sotto la pelle, animati di volontà propria. Il fuoco si sta spegnendo in soffice grigio cenere. Non ce la faccio più a trattenermi. Sto obbligando tutto me stesso a rispettare l'assenza di movimenti e di rumore impostami dal vecchio Baba con uno sguardo liquido.
Poi un cenno. ...
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