Francesco Pomponio
Allergico alla cera
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Scure ombre amiche camminavano nel buio rischiarato a stento dalle stelle.
Le voci dei bambini correvano avanti eccitate e quelle dei nonni le riportavano alla pazienza dell'aspettare. Nella notte, come lucciole si aggiravano lampadine tascabili, illuminando fra le fronde degli alberi, nei cespugli e inutilmente sulla nera montagna. Dappertutto meno che sulle buche della strada, dove davvero serviva. Avvolti nei caldi cappotti, uomini e donne camminavano verso la piazzetta che già si intravedeva in lontananza, illuminata dai lampioni. Come Carlo aveva previsto, la neve non aveva resistito fino a Natale e ora la terra scricchiolava gelandosi mentre la mezzanotte si avvicinava. In silenzio la gente passava attraverso l'antico portone e si affollava nella chiesa illuminata di candele e fumosa d'incenso.
Era una vecchia costruzione medievale che, nascosta al passaggio dei turisti era rimasta come mille anni prima, senza ornamenti né ori, solo pietre che ancora portavano i segni di scalpelli ormai marciti, come le ossa di coloro che avevano innalzato le sue rustiche mura. Come facevano gli uomini quando egli era un ragazzino, Carlo rimase in piedi in fondo alla chiesa mentre Elena si diresse verso la prima fila di banchi, facendosi strada a fatica fra la gente che aspettava l'inizio della messa.
La chiesa si andava riempiendo di facce che egli ancora non conosceva, ma tutti sapevano chi era lui, quello che aveva comprato la casa di Natalino, lo osservavano e sembrava che si meravigliassero di trovarlo ancora intero. Carlo era consapevole di essere oggetto di curiosità , ma non più di quanto può esserlo un forestiero che va a vivere in un piccolo paese.
Ogni tanto qualcuno lo salutava ed egli cercava di ricordarsi chi fosse, ma gli era sempre riuscito difficile ricordare le facce. "Non so neanche perché ...
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