YVETTE
I
Uscendo dal caffè Riche, Jean di Servigny disse a Léon Saval: - Possiamo andare a piedi, se hai voglia. Fa troppo bel tempo per pigliare una carrozza.
- Per me va benissimo, - rispose l'amico.
Jean seguitò:
- Sono appena le undici, arriveremo molto prima di mezzanotte, perciò ci conviene andare piano piano.
Una folla agitata formicolava sul boulevard, la folla delle notti estive che si muove, beve, mormora, e scorre come un fiume, beata e soddisfatta. Ogni tanto un caffè spandeva un gran chiarore sul marciapiede, sulla massa dei bevitori seduti davanti ai tavolini coperti di bottiglie e di bicchieri, che ostacolavano il passaggio col loro assembramento. Sulla strada le carrozze con gli occhi rossi, turchini o verdi passavano rapidamente davanti a quelle luci vive, mostrando per un attimo il profilo magro e trotterellante del cavallo, in alto la figura del cocchiere e lo scuro corpo della carrozza. Quelle della Compagnia Urbana formavano macchie chiare e veloci coi loro riquadri bianchi colpiti dalla luce.
I due amici camminavano a passi lenti, col sigaro in bocca, tenendo i soprabiti sul braccio, con un fiore all'occhiello, il cappello un poco inclinato, come si porta, talora, dopo avere mangiato bene, quando il vento è tiepido.
Fin dal collegio erano stretti da una amicizia solida, intima, affettuosa.
Jean di Servigny, piccolo, snello, un po' calvo, gracile, elegantissimo, coi baffetti arricciati, gli occhi chiari, le labbra sottili, era uno di quegli uomini notturni che paiono nati e cresciuti sui boulevard, infaticabili nonostante sembrino sempre stanchi, robusti, nonostante sian pallidi: uno di quei parigini sottili ai quali la palestra, la scherma, le docce, i bagni turchi hanno dato una forza nervosa e artificiale. Era famoso per i bagordi ed altrettanto per lo spirito, per la ricchezza, per le relazioni, per la socievolezza, l'amabilità, la galanteria mondana che certi uomini possiedono in misura speciale.
Vero parigino in tutto, leggero, scettico, mutevole, attraente, energico e irresoluto, capace di tutto e di nulla, egoista per principio e generoso a impulsi, consumava con moderazione le sue rendite, si divertiva con igiene. Indifferente ed appassionato, si abbandonava e si riprendeva continuamente, combattuto da istinti contrari, a tutti cedendo, per obbedire, alla fin fine, alla sua ragione di gaudente esperto dotato di una logica da girellino consistente nel seguire il vento, nel trar profitto dalle circostanze senza affaticarsi a provocarle.
Il suo compagno, Léon Saval, anche lui ricco, era uno di quei magnifici giganti che fanno voltare le donne per la strada. Pareva un monumento fatto uomo, modello d'una razza, come quelli che si vedono nelle esposizioni. Troppo bello, troppo alto, troppo largo, troppo forte, era esagerato in tutto, per eccesso di qualità. Aveva suscitato innumerevoli passioni.
Chiese, mentre erano davanti al teatro Vaudeville:
- Hai avvisato questa signora che mi avresti presentato a lei?
Servigny si mise a ridere:
- Avvisare la marchesa Obardi? Forse tu avverti il conducente dell'omnibus che salirai sulla sua carrozza all'angolo del boulevard?
Un po' pensieroso, Saval chiese:
- Chi è di preciso questa donna?
- Una nuova ricca, - rispose il suo amico, - una puttana deliziosa, venuta fuori chissà da dove, spuntata fuori un bel giorno, non si sa come, nel mondo degli avventurieri, un tipo capace di far la sua figura. E poi, che ce ne importa?... Pare che il suo vero nome, da ragazza - perché è rimasta signorina a tutti gli effetti fuorché nell'innocenza - sia Octavie Bardin, da cui è stato fatto Obardi, conservando la prima lettera del nome e togliendo l'ultima del cognome.
«È una donna piacevole, della quale tu, inevitabilmente, diventerai l'amante, per via del tuo fisico. Non si può presentare Ercole a Messalina, senza che succeda qualcosa. E poi aggiungo che, se in quella casa l'ingresso è libero, come lo è nei caffè, non si è obbligati assolutamente a comprare quel che vi si vende. Ci trovi amore e carte da gioco, ma nessuno ti obbliga né a queste né a quello. Anche l'uscita è libera.
«Tre anni fa la marchesa pose piede nel quartiere dell'Étoile, - un quartiere sospetto, - ed aprì i suoi salotti a tutta quella schiuma dei continenti che viene a Parigi a esercitare le sue varie capacità sinistre e criminali.
«Cominciai a frequentarla. Come? Non me lo ricordo più. Ci andai come tutti gli altri, perché lì si gioca, ci sono donne facili e uomini disonesti. Mi piace questo mondo di filibustieri variamente decorati, tutti forestieri, tutti nobili, tutti titolati, e tutti sconosciuti alle loro ambasciate, fuorché le spie. Tutti parlano di onore a proposito delle scarpe, per un nonnulla citano i loro antenati, ogni pretesto è buono perché raccontino la propria vita: spacconi, bugiardi, furbacchioni, pericolosi come le loro carte, ingannatori come i loro nomi, coraggiosi perché è necessario, come i briganti che possono depredare la gente solamente a rischio della propria vita. Insomma, questa è l'aristocrazia della galera.
«Mi piacciono moltissimo. È interessante conoscerli e penetrarli, divertente ascoltarli perché spesso sono spiritosi e mai ordinari come i funzionari francesi. Le loro mogli sono sempre graziose, con un non so che di furberia straniera, col mistero della loro vita trascorsa, trascorsa forse, per metà, in una casa di correzione. Generalmente hanno occhi bellissimi, capelli straordinari, insomma il fisico adatto: grazia inebriante, seduzione che trascina alla follia, un fascino malsano ed irresistibile. Costoro sono conquistatrici come lo erano un tempo i soldati di ventura, rapaci, vere femmine di uccelli da preda. Anche loro mi piacciono molto.
«La marchesa Obardi è il vero tipo di queste sgualdrine eleganti. Matura, e pur sempre bella, attraente e felina, si sente che è viziosa fino alle midolla. C'è parecchio da divertirsi in casa sua: si balla, si mangia... insomma si fa tutto quel che forma i piaceri della vita mondana».
Léon Saval chiese:
- Sei stato, o sei, il suo amante?
Servigny rispose:
- Non lo sono stato, non lo sono, né lo sarò. Io, in quella casa, ci vado principalmente per la figliola.
- Ah!... Ha una figliola?
- Altro che! Una meraviglia, caro mio! Oggi è la principale attrazione di quella caverna: alta, splendida, perfettamente matura, - diciotto anni, - bionda per quanto la madre è bruna, sempre allegra, sempre pronta alle feste, non fa altro che ridere a gola spiegata e ballare. Chi se la piglierà? o chi l'ha già presa? Non si sa. Siamo in dieci che aspettiamo, che speriamo.
«Una ragazza simile, nelle mani d'una donna come la marchesa, è una fortuna. E fanno gioco stretto, fra tutte e due. Non si riesce a capirci nulla. Forse stanno aspettando un'occasione... migliore... di me... Ma t'assicuro che saprò coglierla... l'occasione, se si presenta.
«D'altra parte la ragazza, Yvette, mi scombussola. È un mistero. O è il più perfetto mostro di astuzia e di perversità che io mai abbia incontrato, o è il più meraviglioso fenomeno d'innocenza che si possa trovare. Vive in quell'ambiente infame con una facilità tranquilla e trionfante, o straordinariamente scellerata o ingenua.
«Splendido rampollo di avventuriera, spuntata sul letame di quel mondo come una magnifica pianta nutritasi di putridume, oppure figliola di qualche persona di gran razza, grande artista o gran signore, principe o re, andato a finire una qualche sera nel letto della madre: non si riesce a capire né chi sia, né che cosa pensi. Ma ora la vedrai».
Saval si mise a ridere, e disse:
- Ne sei innamorato.
- No. Sono tra i pretendenti, e non è la stessa cosa. Ti presenterò i miei copretendenti più seri; però io ho probabilità maggiori, ho qualche vantaggio; hanno, direi, un occhio di riguardo per me.
- Sei innamorato, - ripeté Saval.
- No. Questa ragazza mi turba, mi seduce, m'inquieta, mi attira e mi spaventa. Diffido di lei come d'una trappola, e ho voglia di lei, come del gelato quando si ha sete. Subisco il suo fascino, e mi avvicino a lei con l'apprensione che si dimostrerebbe verso un uomo sospettato di essere un esperto ladro. Quando le sto accanto sono irragionevolmente attratto dal suo possibile candore e diffido ragionevolmente della sua non meno probabile furberia. Sento di essere a contatto d'un essere anormale, fuori delle regole naturali, squisito o ripugnante, non lo so.
Saval disse per la terza volta:
- Ti ripeto che sei innamorato. Parli di lei con l'enfasi d'un poeta, con un lirismo da trovatore. Via, torna in te, guardati nel cuore e confessa.
Servigny fece qualche passo senza rispondere; poi riprese:
- Può darsi. Ma, comunque stiano le cose, mi preoccupa molto. Sì, forse sono innamorato. Penso troppo a lei. Ci penso quando mi addormento e quando mi sveglio... e questo è grave. La sua immagine mi segue, mi perseguita, mi accompagna continuamente, l'ho sempre davanti agli occhi, intorno, dentro di me. È amore, una simile ossessione fisica? Il suo viso è penetrato tanto profondamente nel mio sguardo che mi basta di chiuder gli occhi per vederla. Tutte le volte che la vedo mi viene il batticuore, lo confesso. Perciò le voglio bene, ma in una strana maniera. ...
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