LA PICCOLA ROQUE
I
Il procaccia Médéric Rompel, che i paesani familiarmente chiamavano Mede, partì alla solita ora dall'ufficio postale di Roüy-le-Tors. Traversò la cittadina coi suoi lunghi passi di vecchio soldato, tagliò per i campi di Villaume per giungere sulla riva della Brindille da cui, seguendo la corrente, arrivava al villaggio di Carvelin, dove cominciava la distribuzione.
Camminava alla svelta, lungo il fiumicello che spumeggiava, brontolava, ribolliva e correva nel suo letto erboso, sotto una volta di salici. I grossi ciottoli, fermando la corrente, creavano attorno a sé un tondo rigonfio d'acqua, come una cravatta che finiva in un nodo di schiuma. Qua e là, c'erano cascate alte un piede, talvolta invisibili, che facevano, sotto le foglie, sotto le liane, sotto un tetto di verzura, un chiasso iroso e dolce; più oltre le sponde si allargavano, s'incontrava un tranquillo laghetto nel quale le trote guizzavano in mezzo a quei lunghi capelli verdi che ondeggiano in fondo ai ruscelli calmi.
Médéric camminava senza veder nulla, pensando soltanto a questo:«La prima lettera è per i Poivron, e dopo ne devo portare una al signor Renardet: perciò bisogna che traversi il bosco».
Il suo camiciotto turchino stretto alla vita da una cintola di cuoio nero passava con moto svelto e regolare sulla siepe verde dei salici; e il suo grosso bastone di agrifoglio gli camminava accanto come un'altra gamba.
Traversò la Brindille sul ponte fatto con un sol tronco d'albero gettato da una sponda all'altra, che aveva come ringhiera una corda sorretta da due paletti piantati per terra.
Il bosco, proprietà di Renardet, sindaco di Carvelin e il più grosso possidente di quei luoghi, era pieno di alberi antichi, enormi, ritti come colonne, che si stendevano per una lunghezza di due chilometri sulla riva destra del ruscello che faceva da confine all'immensa volta di foglie. Lungo il corso dell'acqua erano spuntati dei grandi arbusti, sotto i raggi del sole; ma cotto il bosco non si trovava altro che muschio, un muschio spesso, dolce e morbido che spandeva nell'aria stagnante un odorino di muffa e di rami morti.
Médéric rallentò l'andatura, si levò il berretto nero ornato d'un gallone rosso, si asciugò la fronte: già faceva caldo in campagna, benché non fossero ancora le otto di mattina.
S'era appena rimesso in capo il berretto, riprendendo la sua marcia energica, allorché vide ai piedi d'un albero un coltellino da ragazzi. Lo stava raccattando quando vide anche un ditale, e, vicino a questo, una scatolina per aghi.
Li prese, e pensò:«Li porto dal sindaco». Poi si rimise in marcia, ma teneva gli occhi aperti, aspettandosi di trovare qualche altra cosa.
Improvvisamente si fermò di botto, come se avesse urtato contro una stanga di legno: a dieci passi davanti a lui, supino, giaceva sul muschio un corpo infantile, completamente nudo. Era una bambinetta, che avrà avuto dodici anni. Stava a braccia aperte, a gambe larghe, col viso coperto da un fazzoletto. Aveva le cosce macchiate di sangue.
Médéric cominciò a camminare in punta di piedi, come se avesse paura di far rumore, oppure avesse temuto qualche pericolo: e spalancava gli occhi.
Che era mai quella roba? Di certo, stava dormendo. Ma poi pensò che nessuno si mette a dormire nudo, alle sette e mezzo di mattina, sotto il fresco degli alberi. Allora era morta; e quello era un delitto. A quell'idea un brivido gli corse per la schiena, bench'egli fosse un vecchio soldato. Era così raro un omicidio, nel paese, e poi l'omicidio d'una bambina, che non riusciva a credere ai suoi occhi. Però non aveva nessuna ferita, tranne quel sangue coagulato sulle gambe. In che modo era stata uccisa?
Si fermò vicino a lei, e la guardò, appoggiato al bastone. La conosceva di certo, perché conosceva tutti gli abitanti del luogo; ma, non potendola vedere in viso, non poteva sapere chi era. Si chinò per levarle il fazzoletto dalla faccia; ma si fermò, con la mano stesa, trattenuto da un pensiero. Aveva il diritto di muovere qualcosa dal cadavere, prima che la giustizia avesse fatto le sue constatazioni? Per lui la giustizia era come una specie di generale al quale nulla sfugge, e che dà uguale importanza a un bottone perduto e a una coltellata nella pancia. Forse sotto quel fazzoletto si sarebbe trovata una prova essenziale; e comunque era un corpo di reato che poteva perdere il suo valore, se toccato da una mano maldestra.
Allora volle rialzarsi per correre dal sindaco, ma fu trattenuto da un altro pensiero. Se, per caso, la bambina fosse ancora viva, non avrebbe potuto abbandonarla a quel modo. Pianino pianino si mise in ginocchio, ma tenendosi lontano, per prudenza, e stese una mano verso il piede di lei. Era freddo, gelato da quel terribile freddo che rende spaventevole la carne morta, e non lascia più dubbi. Dopo averla toccata, il procaccia, come raccontò dopo, si sentì sottosopra, con la bocca completamente asciutta. Si alzò di scatto e cominciò a correre sotto gli alberi verso la casa del signor Renardet.
Andava a passo svelto, col bastone sottobraccio, i pugni stretti, il capo proteso, mentre il sacco di cuoio, pieno di lettere e giornali, gli batteva ritmicamente sulla schiena.
La casa del sindaco era all'estremità del bosco, che gli faceva da parco, e bagnava tutta una parte dei suoi muri in un piccolo stagno formato in quel punto dalla Brindille.
Era una casona quadrata, di pietra grigia, molto antica, che un tempo aveva anche subito degli assedi, e finiva in una enorme torre, alta venti metri, costruita nell'acqua.
Dall'alto di quella specie di cittadella un tempo si sorvegliava tutto il paese. La chiamavano, chissà perché, torre della Volpe; e da quell'appellativo, senza dubbio, era derivato il cognome Renardet, portato dai proprietari del feudo, rimasto alla stessa famiglia per più di duecento anni. Infatti i Renardet appartenevano a quella borghesia quasi nobile che spesso s'incontrava in provincia, prima della Rivoluzione.
Il procaccia entrò di volata nella cucina, dove la servitù stava mangiando, gridando:
- E alzato il signor sindaco? Gli devo parlare subito.
Siccome Médéric era conosciuto come una persona seria e riflessiva, capirono subito che era accaduto qualcosa di grave.
Il sindaco, avvertito, ordinò che lo facessero entrare. Pallido ed ansimante, il procaccia, col berretto in mano, trovò il sindaco seduto davanti ad una lunga tavola coperta di fogli sparpagliati.
Era un omaccione grande e grosso, pesante, rosso, forte come un toro, assai benvoluto in paese nonostante il suo carattere straordinariamente violento. Avrà avuto una quarantina d'anni, era vedovo da sei mesi e viveva sulle sue terre, da gentiluomo campagnolo. Col suo carattere focoso si era spesso immischiato in spiacevoli storie da cui sempre lo traevano fuori i magistrati di Roüy-le-Tors, suoi amici, indulgenti e discreti. Un giorno aveva buttato giù dal sedile il guidatore della diligenza perché stava per schiacciare il suo cane da ferma Micmac... Un'altra volta aveva rotto le costole a un guardiacaccia che gli voleva far la contravvenzione perché stava attraversando col fucile sotto il braccio le terre d'un vicino... Un'altra volta aveva preso per il colletto il sottoprefetto fermatosi nel villaggio durante un viaggio amministrativo che Renardet voleva definire viaggio elettorale: egli infatti faceva l'opposizione al governo, per tradizione familiare.
- Cos'è successo, Médéric? - chiese il sindaco.
- Ho trovato una bambina morta nel vostro bosco...
Renardet si rizzò col viso infuocato.
- Come... una bambina?
- Sissignore, una bambina, tutta nuda, supina, sporca di sangue, e morta, proprio morta.
Il sindaco bestemmiò:
- Perdio! Scommetto che è la piccola Roque. Mi sono venuti a dire proprio ora che ieri sera non è tornata a casa. Dove l'avete trovata?
Il procaccia spiegò tutto, fornì particolari, si offerse di far da guida.
Ma Renardet gli rispose bruscamente:
- No, non ho nessun bisogno di voi. Mandatemi subito la guardia campestre, il segretario comunale e il dottore, e andate a finire il vostro giro. Via, via, andate, e dite che mi raggiungano nel bosco.
Disciplinato, il procaccia obbedì e se ne andò, furibondo e dispiaciuto di non potere assistere alle constatazioni.
Anche il sindaco uscì, dopo avere preso il suo cappellone di feltro grigio, molle, a tese larghissime, e si fermò per qualche istante sulla soglia di casa. Davanti a lui si stendeva un ampio prato nel quale splendevano tre grandi macchie, di color rosso turchino e bianco, tre aiole di fiori sbocciati, una di fronte alla facciata le altre sui fianchi. Più in là si rizzavano fino al cielo i primi alberi del bosco, mentre a sinistra, oltre la Brindille allargata in stagno, si vedevano verdi campagne, una regione verde e piatta tagliata da canaletti e da siepi di salici che parevano mostri: nani, tozzi, nodosi, coi rami sempre tagliati, che reggevano sul tronco enorme e corto un fremente piumetto di ramicelli.
A destra, dietro alle scuderie, alle rimesse, a tutte le costruzioni della proprietà, cominciava il ...
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