IN FAMIGLIA
Il tram di Neuilly aveva superato porta Maillot e ora correva lungo il vialone che porta alla Senna. La piccola macchina, con il vagone attaccato dietro, fischiava per evitare gli ostacoli, sputava vapore, ansimava, simile a una persona che corra trafelata, e gli stantuffi facevano un rumore come gambe di ferro in moto. La pesante calura di fine d'una giornata estiva gravava sulla strada, dalla quale, senza che alitasse il più tenue venticello, si sollevava un polverone bianco, gessoso, opaco, soffocante e caldo, che si appiccicava alla pelle umida, riempiva gli occhi, penetrava nei polmoni.
La gente si affacciava sugli usci, cercando un po' d'aria.
I vetri della carrozza erano abbassati e le tendine sventolavano, agitate dalla corsa veloce. C'era poca gente dentro, perché nelle giornate calde tutti preferiscono l'imperiale o le piattaforme. Erano grosse signore buffamente vestite, le borghesi della periferia che al posto della distinzione che non possiedono sfoggiano un'intempestiva dignità; e uomini stanchi dell'ufficio, col viso ingiallito, la schiena curva e una spalla più alta dell'altra per via del lavoro che fanno curvi sul tavolino. I loro visi scontenti e tristi rivelavano anche le preoccupazioni domestiche, il continuo bisogno di denaro, le antiche speranze definitivamente deluse: poiché tutti appartenevano a quell'esercito di poveri diavoli spelacchiati che vegetano miseramente in una meschina casetta di gesso, dove una aiola fa da giardino, in mezzo ai terreni di scarico che circondano Parigi.
Proprio accanto allo sportello, un ometto tarchiato, col viso pieno, il ventre che gli ricadeva fra le gambe divaricate, vestito di nero e decorato, stava discorrendo con un uomo alto e magro, di apparenza trasandata, che indossava un vestito di tela bianca molto sporco, e aveva in testa un vecchio panama. Il primo, che parlava adagio, esitando in modo da sembrare balbuziente, era il signor Caravan, archivista capo al ministero della Marina. L'altro, ex ufficiale sanitario a bordo di un piroscafo mercantile, si era stabilito nella frazione di Courbevoie dove applicava su quella misera gente le vaghe cognizioni di medicina che gli erano rimaste dopo la sua vita avventurosa. Il suo nome era Chenet, e si faceva chiamare dottore. Correvano voci sulla sua moralità.
Caravan aveva sempre fatto la solita vita dei burocrati. Da trent'anni si recava in ufficio ogni mattina, passando sempre per le stesse strade, incontrandovi sempre, alla stessa ora, negli stessi posti, gli stessi uomini che andavano al lavoro; e tornava a casa, ogni sera, rifacendo lo stesso percorso e incontrando di nuovo le stesse facce, che aveva visto invecchiare.
Ogni giorno, dopo aver preso il giornale da un soldo alla cantonata del faubourg Saint-Honoré, andava a comprarsi un paio di panini, ed entrava nel ministero con l'atteggiamento di un colpevole che vada a costituirsi; raggiungeva in fretta l'ufficio, internamente agitato, aspettandosi sempre qualche rimprovero per una qualsiasi negligenza che poteva aver commesso.
Nulla era mai intervenuto a modificare la monotona regolarità della sua esistenza; nessun avvenimento lo interessava che non fosse lavoro d'ufficio, promozioni o gratifiche. Sia al ministero che in casa (aveva sposato, senza dote, la figlia di un collega) parlava soltanto di servizio. Nella sua mente atrofizzata dal bestiale quotidiano lavoro non c'era posto per altri pensieri, per altre speranze, per altri sogni, se non quelli relativi al ministero. Ma le sue soddisfazioni di impiegato erano inquinate da un'amarezza: l'ammissione dei commissari di marina, i lattonieri, come erano chiamati per via dei gradi d'argento, ai posti di sottocapo e capo; e tutte le sere, a cena, discuteva animatamente con la moglie, la quale condivideva il suo odio, per dimostrarle che era ingiusto, sotto qualunque punto di vista, concedere impieghi a Parigi a gente destinata alla navigazione.
Era diventato vecchio, senza essersi accorto che la vita era trascorsa, perché la scuola si era prolungata nell'ufficio, e gli istruttori che in passato lo facevano tremare erano oggi sostituiti dai capi che egli temeva moltissimo. La porta di quei despoti da camera lo faceva fremere da capo a piedi; e quel continuo timore faceva sì che egli avesse un modo impacciato di presentarsi, un atteggiamento umile e una specie di balbuzie nervosa.
Conosceva Parigi quanto può conoscerla un cieco condotto ogni giorno dal cane alla stessa porta; e leggendo nel giornale da un soldo gli avvenimenti e gli scandali, li considerava racconti di fantasia, inventati apposta per distrarre gli impiegatucci. Uomo d'ordine, reazionario senza alcun partito, ma nemico di ogni «novità», saltava le notizie politiche che, d'altronde, la sua gazzetta travisava sempre a beneficio di interessi altrui; e tutte le sere, risalendo gli Champs Elysées, guardava la folla fluttuante a passeggio e l'onda incessante delle carrozze, come fa il viaggiatore forestiero che attraversi lontane contrade.
In occasione del trentennio obbligatorio di servizio, compiuto proprio in quell'anno, gli avevano conferito il 1° gennaio la croce della Legion d'Onore con cui, nelle amministrazioni militari, viene ricompensata la lunga e miserabile servitù - la chiamano:«leali servizi» - dei tristi forzati incollati alle scartoffie. L'inaspettata onorificenza gli diede un nuovo, più alto concetto di sé, e gli fece cambiare abitudini. Non portò più calzoni di colore e giacche fantasia, ma soltanto calzoni neri e lunghe prefettizie sulle quali il suo «nastrino», assai largo, spiccava di più; si faceva la barba tutti i giorni, si puliva le unghie con maggior cura, si cambiava la camicia un giorno sì e uno no: insomma, per un legittimo senso della decenza e per il rispetto dovuto all'Ordine nazionale del quale ora faceva parte, era diventato, da un giorno all'altro, un altro Caravan, ripulito, maestoso e condiscendente.
In casa, diceva ad ogni piè sospinto «la mia croce». Gli era venuto un tale orgoglio, che non poteva più sopportare che altri avesse all'occhiello nastrini di qualunque specie. Soprattutto si irritava nel vedere le decorazioni straniere - «in Francia non dovrebbe essere permesso portarle» - e ce l'aveva in particolar modo col dottor Chenet, che incontrava tutte le sere sulla tramvia, con un nastrino diverso: bianco, azzurro, arancione o verde.
D'altra parte le conversazioni dei due uomini, dall'Arco di Trionfo sino a Neuilly, erano sempre le stesse; e quel giorno, come i giorni precedenti, parlarono prima dei vari abusi locali che indisponevano entrambi, poiché il sindaco di Neuilly faceva il comodaccio suo. Poi, come capita sempre se si è con un medico, Caravan avviò il discorso sulle malattie, sperando così di scroccare gratis qualche piccolo consiglio o addirittura un parere, se avesse saputo farla bene, senza mostrare troppo la corda. Da un po' di tempo era preoccupato per sua madre. Essa subiva sincopi frequenti e prolungate, e non voleva saperne di curarsi benché avesse novant'anni suonati.
Caravan si commuoveva per la tarda età della madre e andava ripetendo al «dottor» Chenet: - Non sono tanti quelli che arrivano a quest'età... - Si fregava le mani tutto contento, non perché ci tenesse molto nel vedere eternarsi su questa terra la buona donna, ma perché la lunga durata della vita materna era come una promessa per lui.
- Ah, sì, - continuò, - nella mia famiglia si va lontano; io, per conto mio, sono certo che se non mi capita un accidente morirò vecchio.
L'ufficiale sanitario lo guardò con aria di compatimento; diede una rapida occhiata al viso rubicondo del suo vicino, al collo adiposo, al ventre che gli ricadeva tra le gambe flaccide e grasse, a quella rotondità apoplettica di vecchio impiegato rammollito, e, sollevando con un gesto della mano il vecchio panama che aveva in capo, gli disse con un sogghigno:
- Non siatene tanto certo, caro mio; vostra madre è uno stecco, mentre voi siete un bidone gonfio.
Caravan, turbato, non rispose.
Il tram era giunto alla stazione. I due amici scesero, e Chenet offrì il vermut al caffè del Globo, lì di faccia, che tutti e due erano soliti frequentare. Il padrone, un amico, tese due dita che essi strinsero al disopra delle bottiglie del banco, poi andarono a un tavolino ove tre appassionati di domino stavano giocando da mezzogiorno. Vennero scambiati cordiali saluti, con il «Niente di nuovo?» di prammatica. I giocatori ripresero la partita; Chenet e Caravan augurarono la buona sera; gli altri tesero la mano senza alzare il capo, e ognuno dei due s'avviò a casa per la cena.
Caravan abitava vicino all'incrocio di Courbevoie, in una casetta di due piani dove a pianterreno c'era un barbiere.
Due camere, una sala da pranzo e una cucina, da cui alcune seggiole sgangherate giravano da una parte all'altra, secondo le necessità, costituivano tutto l'appartamento. La signora Caravan passava tutte le sue giornate a lustrarlo, mentre i suoi figli, Marie Louise di dodici anni e Philippe Auguste di nove, ruzzavano in mezzo ai rigagnoli della strada assieme a tutti gli altri monelli del quartiere.
Al piano di sopra Caravan aveva sistemato sua madre, famosa in giro per la sua avarizia, e tanto magra che la gente diceva che il «Buon Dio» ...
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